LA PROGRESSIONE DELLE MALATTIE E LE PATOLOGIE CRONICHE

[Andrianne, BioMed, Dewit-Leunis, Heel, Henry, Piterà, Piterà2]

Le malattie non sono disordini di tipo statico, immutabili nel tempo, ma hanno una loro evoluzione. Possiamo sempre descrivere la causa di insorgenza di una qualunque malattia in termini di una interazione dell’organismo (con la sua specifica costituzione, sia strutturale sia funzionale, con la sua resilienza e le sue predisponenti morbose) con uno o più eventi “patogeni” (noxae) esterni o interni all’organismo stesso (pensiamo ad esempio ad un “colpo di freddo” o ad un virus o ancora ad uno stress prolungato).

Sono stati formulati diversi modelli che, a partire da questo presupposto generale, descrivono l’evoluzione della malattia, ciascuno con la propria peculiarità. Di particolare interesse sono i modelli offerti dalla gemmoterapia e dalla omotossicologia perché permettono di valutare gli stadi di progressione di qualunque tipo di morbosità sia nell’acuto sia nel cronico, fornendo quindi gli strumenti per un inquadramento (e poi per un trattamento) delle patologie anche croniche. È interessante notare che, nonostante le notevoli differenze di approccio sia teorico sia diagnostico e terapeutico, i due modelli possono essere agevolmente messi a confronto, tanto da poterli quasi sovrapporre una volta fatte le opportune considerazioni e precisazioni.

Note sul sistema immunitario

[Cheng, Dixon, Roggel, Wikipedia]

Le cellule del sangue sono tutte prodotte a partire dalle cellule staminali ematopoietiche[1] (Hematopoietic Stem Cells o HSC, in inglese) che risiedono nel midollo osseo, attraverso un processo detto ematopoiesi. I dettagli di tale processo non sono ancora stati completamente chiariti, tanto che tuttora sussistono diversi modelli alternativi. Per i nostri fini, è sufficiente prendere in considerazione il cosiddetto modello classico, che pur avendo una serie di criticità, solo di recente evidenziate, garantisce comunque una buona comprensione delle relazioni per così dire filogenetiche tra le diverse linee cellulari.

Le cellule HSC hanno la doppia capacità di auto-rinnovarsi e di essere pluripotenti, ossia in grado di dar vita a cellule figlie (lignaggi o lineages) geneticamente differenti. Il processo che porta fino alla formazione delle cellule del sangue mature è un processo gerarchico che, partendo dalle cellule ematopoietiche, comporta una progressiva perdita, per le cellule via via generate, delle capacità di auto-rigenerazione, di proliferazione e della capacità di dar vita a lignaggi cellulari differenti (lineage potentials).

A grandi linee, secondo il modello classico, la divisione mitotica delle HSC porta alla formazione contemporanea di due tipi di cellule (si parla di divisione asimmetrica), ossia di:

  • una cellula HSC identica alla cellula madre, che mantiene così costante il pool di HSC
  • una cellula progenitrice parzialmente differenziata (multipotent progenitor o MPP) e incapace di autorinnovamento (quindi non staminale), ma dotata di un ampio potenziale replicativo.

Una serie di step controllati dalla presenza dei diversi fattori di crescita (tra cui eritropoietina, trombopoietina, alcune interleuchine e i diversi colony-stimulating factors) portano ad una ulteriore differenziazione delle cellule pluripotenti in due tipi di cellule progenitrici, ossia in cellule di tipo:

  • mieloide (progenitore comune mieloide) o
  • linfoide  (progenitore comune linfoide).

Da questi due tipi di cellule progenitrici derivano tutte le cellule del sangue. Per tale motivo, le cellule del sangue possono essere distinte in due grandi classi (v. Fig. 1):

  • cellule della linea mieloide, o cellule mieloidi (cioè derivate da un progenitore mieloide): granulociti (neutrofili, basofili ed eosinofili), eritrociti, megacariociti (precursori dei trombociti o piastrine) e monociti, macrofagi e cellule dendritiche mieloidi;
  • cellule della linea linfoide, o cellule linfoidi (cioè derivate da un progenitore linfoide): linfociti T, linfociti B, cellule NK e cellule dendritiche linfoidi.

Dal mieloblasto originano sia i granulociti (o leucociti polimorfonucleati[2]) sia i monociti, che a loro volta possono differenziarsi in macrofagi e cellule dendritiche mieloidi.

Le cellule di Langherhans sono macrofagi tissutali localizzati nella pelle (in tutti gli strati ma in particolar modo nello strato spinoso), mentre le cellule di Kupffer (o macrofagi stellati) e le cellule di Kupffer-Browicz sono macrofagi residenti nel fegato. Le cellule di Kupffer costituiscono l’80–90% di tutti i macrofagi tissutali presenti nel corpo.

Fig. 1 – Derivazione delle cellule del sangue [Häggström]

Un istiocita è una cellula che fa parte del sistema fagocitico mononucleare (MPS, anche conosciuto come sistema reticoloendoteliale o sistema linforeticolare). Gli istiociti possono essere sia macrofagi tissutali sia cellule dendritiche (histio, diminutivo di histo, significa tessuto e il suffisso –cita significa cellula). Comunque, il termine istiocita è stato usato in passato per diversi scopi  ed alcune cellule chiamate “istiociti” non derivano da linee monocitico-macrofagiche.

Le globuline sono una famiglia di proteine globulari con peso molecolare più alto dell’albumina e sono insolubili in acqua pura ma solubili in soluzioni di sali diluite. Alcune globuline sono prodotte dal fegato, mentre alter sono prodotte dal sistema immunitario. Globuline, albumine e fibrinogeno sono le principali proteine del sangue. La concentrazione normale di globuline nel sangue umano è di circa 2.6-3.5 g/dl.

Il termine “globulina” è talvolta usato come sinonimo di “proteina globulare”. In realtà, anche le albumine sono proteine globulari, ma non sono globuline. Tutte le altre proteine sieriche globulari sono globuline.

Tutte le globuline ricadono in una delle seguenti quattro categorie: α1, α2, β e γ. Un gruppo di γ-globuline è quello delle immunoglobuline, conosciute anche come “anticorpi”. Le globuline possono essere distinte le une dalle altre mediante l’elettroforesi delle proteine sieriche.

Le fasi

L’omotossicologia ([Andrianne, Heel, Reckeweg]) e la gemmoterapia ([Andrianne, Dewit-Leunis]) propongono uno schema di evoluzione delle patologie croniche che consta di sei fasi. Entrambi gli schemi partono dall’incontro dell’organismo con una generica noxa. In omotossicologia, le noxae prendono il nome specifico di omotossine.

Fase di attivazione o escrezione

È la presa di contatto tra un individuo e “qualcosa” che non è lui, tra il paziente e un’entità estranea almeno potenzialmente patogena, che sia chimica, fisica o biologica. Nel caso in cui l’entità estranea non sia pericolosa per l’organismo, quest’ultimo semplicemente non fa nulla; se invece l’entità estranea costituisce un pericolo (in questo caso, si parla propriamente di noxa), a seguito di tale contatto l’organismo mette in atto sempre una qualche forma di reazione.

Nella prima fase di reazione, chiamata di attivazione o fase I da Dewit e Leunis e di escrezione da Reckeweg, l’organismo tenta di allontanare l’agente patogeno in maniera semplice, senza allertare i sistemi di difesa “attivi”, semplicemente aumentando le secrezioni e le escrezioni fisiologiche. È una strategia di gestione quasi passiva che non produce le manifestazioni cliniche tipiche delle reazioni di difesa. In questa fase, le tossine non interferiscono, ad esempio, con le cellule epiteliali delle membrane mucose ma sono inglobate ed eliminate tramite le secrezioni fisiologiche “fluide” (sudorazione, diarrea, vomito, lacrime, urine, cerume, catarro, ecc.), che possono risultare temporaneamente aumentate. Tale fase copre tutte le iper-secrezioni (endocrine) e le iper-escrezioni dell’organismo nei differenti organi e tessuti. L’espulsione delle tossine avviene, pertanto, attraverso gli orifizi del corpo (questo rimanda al concetto di “apertura dei pori” di diverse medicine tradizionali). Se l’allontanamento del patogeno riesce l’organismo ritorna all’equilibrio spontaneamente senza alcun insulto.

Siccome questa è una fase in cui la reazione consiste esclusivamente in una iperproduzione di liquidi o comunque di fluidificazione dei secreti e degli escreti, dal punto di vista umorale può essere considerata una fase principalmente flemmatica, in cui la flemma è tipicamente mobile e non ispessita.

Fasi di infiammazione

Se fallisce il primo tentativo di allontanamento del patogeno perché le capacità escretrici dell’organismo sono superate o perché l’aggressore si mostra troppo aggressivo e sfida le possibilità di adattamento e il patogeno riesce a raggiungere i livelli extra-cellulari e/o intracellulari, l’organismo comincia a montare una qualche forma di reazione di difesa locale per contrastare lo “stato tossico”. Vengono pertanto attivate le prime linee di difesa (immunità innata). Si assiste ad un fenomeno infiammatorio che mette in gioco dapprima le cellule granulocitarie (principalmente neutrofili).

A seconda del grado di infiltrazione dei polimorfonucleati, si potrà avere un fenomeno essudativo che potrà rientrare (i tessuti risultano infiltrati di neutrofili ed eosinofili con una sierosità ricca soprattutto di glicoproteine, di tipo α, che possono dare reazioni di ipersensibilità, come le allergie, e potendo perfino causare travasi sierosi o produzione di catarri mucosi acuti, come nei casi di corizza, gastroenterite, tracheite, bronchite, colite, ecc.) oppure un fenomeno suppurativo che dovrà trovare una via di uscita all’esterno. La suppurazione produrrà materiale organico costituito in buona parte da neutrofili o eosinofili.

Questa fase è detta da Dewit e Leunis fase di infiammazione essudativa ed è caratterizzata, dal punto di vista delle linee cellulari, dall’attivazione della linea difensiva mielocitaria e dalla fagocitosi microcitaria[3] e, all’elettroforesi, da un aumento del gruppo delle α-globuline, costituito da proteine antinfiammatorie come l’aptoglobina (test Cetavlon +), l’α2-macroglobulina, l’antichimotripsina, la ceruloplasmina[4]. Per tale motivo, è definita anche, in gemmoterapia, fase proteica iper-α. Cinque parametri permettono di studiare questa fase: le globuline dell’elettroforesi, le euglobuline del profilo IPL del sistema reticolo-endoteliale, il test di Cetavlon, il test dell’acetato di rame, il test del cadmio.

In questa fase rientrano tutte le forme acute di infiammazione. Le punture di insetti, i colpi di sole, l’edema laringo-epiglottideo, l’edema del polmone, l’edema acuto del cervello, la nefrite acuta interstiziale, le scottature sono tutti fenomeni legati a questa fase essudativa, che, infiammatoria o di stasi, tende ad evolvere verso la sclerosi per reazione linfoplasmocitaria secondaria. Se c’è essudazione di plasma, l’infiammazione non è più essudativa ma fibrinosa per la precipitazione di fibrina: è il caso della pleurite fibrinosa, della pericardite fibrinosa, della peritonite fibrinosa delle membrane sierose o della polmonite fibrinosa[5].

Le globuline non rappresentano solo la tendenza dell’organismo alla difesa e all’immunizzazione contro le infezioni, ma anche la risposta alla flogosi cronica e all’infiltrazione cronica tissutale. L’aumento delle frazioni α1 e α2 corrisponde ad una aggressione alla cellula epatica da parte di un’infezione batterica o virale, ad un trauma violento o a uno shock termico. Si tratta di una risposta organica ad un evento acuto, non specifico, che mobilizza la linea leucocitaria dei globuli bianchi. Queste modificazioni sono dunque dovute ad infiammazioni acute. Più si verifica l’aumento delle α1 e delle α2, più grave è lo stato di flogosi e più il tasso di albumine rischia di diminuire aggravando ulteriormente la prognosi. Per esempio: in un caso di polmonite si avrà un netto aumento delle α1 e delle α2, ma se durante la malattia, cala anche il tasso di albumine, ciò sta a significare che si è di fronte ad una diffusione dei fenomeni infiammatori che possono essersi estesi alle pleure con una eventuale pleuropolmonite.

In un secondo momento, possono essere mobilizzate le cellule della linea istio-monocitaria (monociti, macrofagi e cellule dendritiche). Dal punto di vista tissutale, questo corrisponde all’instaurarsi di una congestione corrispondente ad una reazione vascolare locale che stimola la difesa istiocitaria o può causare fagocitosi macrofagica che limita la reazione o che informa la reazione immunitaria dell’organismo. Parafrasando Pol Henry, questa può essere chiamata fase di congestione. Dal punto di vista dell’elettroforesi, questa fase è legata soprattutto alle β-globuline e, per tale motivo, è definita da Dewit e Leunis e da Andrianne fase iper-β oppure steatosica[6].

Qui i diversi autori propongono visioni leggermente diverse:

  • Dewit e Leunis pongono la fase iper-α tra la fine della fase di attivazione e l’inizio della fase di reazione (fine fase I e inizio fase II) e la fase iper-β completamente nella fase di infiammazione (fase II);
  • Andrianne pone la fase iper-α nella fase essudativa (attivazione) e all’inizio della fase di reazione (fase I e inizio fase II) e la fase iper-β insieme alla fase iper-αβ (ma successivamente a quest’ultima) nella fase essudo-steatosica, tra la fase di infiammazione e quella successiva di deposizione (fase II e inizio fase III);
  • Pol Henry non parla specificamente di una fase iper-β[7].

Siccome gli scritti di Dewit e Leunis sono più recenti, faremo riferimento alla classificazione di questi ultimi due autori, con la sola differenza che “incaselleremo” la fase iper-α tutta nella fase di reazione, in quanto la fase di attivazione non prevede coinvolgimento del sistema immunitario[8].

Grazie all’azione dei monociti e degli istiociti, comincia la “deposizione” dell’informazione relativa alla tipizzazione dell’aggressore. Il sistema immunitario, infatti, andrà a mantenere memoria di questo conflitto (i macrofagi e, ancor più, le cellule dendritiche fagocitano l’aggressore e ne presentano alcuni “pezzi”, gli antigeni, ai linfociti T che hanno il compito di memorizzare gli antigeni, riconoscerli e rispondere alla loro presenza).

Entrambe le fasi appena descritte costituiscono, insieme, la fase detta di infiammazione in omotossicologia e di infiammazione o reazione da Dewit e Leunis.

L’attivazione dei fagociti e la fagocitosi dovrebbero essere viste come il primo step reattivo della “detossificazione” e l’infiammazione può essere considerata un processo di “pulizia” della matrice (la cellula ancora non è coinvolta direttamente, sebbene i processi infiammatori possano danneggiarla passivamente). Quindi, i sintomi, per quanto fastidiosi, sono segni importanti del tentativo, da parte dell’organismo, di guarire. Raramente è necessario o utile sopprimere la febbre e le infiammazioni acute con farmaci allopatici, come antiinfiammatori e antipiretici. L’uso di antipiretici e dei farmaci che sopprimo la tosse, la diarrea, ecc. possono portare a quella che in omotossicologia si chiama vicariazione progressiva e ad uno stato di malattia più avanzato.

Dal punto di vista umorale, l’infiammazione è un fenomeno legato all’umore Bile. È interessante notare, tra l’altro, come, specialmente nella fase essudativa, giochino un ruolo essenziale le globuline di tipo α, proteine in gran parte antinfiammatorie prodotte dal fegato, organo depositario della funzione e della produzione della Bile (in senso umorale). Nella seconda parte, sono più coinvolte le globuline β, responsabili (in una fase però successiva a quella puramente iper-β) dei fenomeni di steatosi d’organo che sono dovuti al sovraccarico tissutale di particelle macromolecolari che non riescono più a rimanere nell’equilibrio colloidale del siero e si depositano (macromolecole lipidiche e protidiche). Se la “genesi” infiammatoria è, come detto, un fenomeno legato all’umore Bile, pur tuttavia le sue manifestazioni tissutali hanno spesso, in questa fase, una componente flemmatica: se questo è immediatamente evidente nell’infiammazione essudativa, anche nell’infiammazione suppurativa (corrispondente al fenomeno descritto come “calore tossico” in medicina cinese e come perversione dell’elemento Sangue nella Medicina ippocratico-galenica) esiste una produzione flemmatica, sebbene ispessita per particelle di natura flemmatico-melanconia (granulociti, “bianchi” e corpuscolati). La fase di congestione iper-β è direttamente descrivibile come un fenomeno di stasi locale, tissutale dell’umore Sangue (da non confondersi con la stasi di Sangue secondo la Medicina Tradizionale Cinese, che è fatto ben più avanzato nel senso delle fasi).

Fasi di deposizione e impregnazione: essudo-steatosi, fibrinosi, ialinosi

Laddove sia stato incapace di eliminare direttamente e completamente l’aggressore tramite escrezione attraverso i fluidi corporei e/o tramite suppurazione, l’organismo passa ad una nuova fase nella quale le noxae e le macromolecole interessate al processo immunitario (colesterolo, proteine, …), essendo in eccesso rispetto alla capacità di gestione da parte dello stesso organismo, vengono stoccate temporaneamente nei tessuti, in modo che possano essere gestite in un secondo, più favorevole momento[9]. Questo può succedere per diverse ragioni, ad esempio quando:

  • il processo di infiammazione (fase precedente) non è stato attivato in maniera adeguata oppure è stato bloccato/soppresso (per esempio, da farmaci somministrati per sopprimere i sintomi infiammatori);
  • i meccanismi di escrezione sono ipofunzionanti o il carico tossico è eccessivo.

Il punto di vista dell’omotossicologia: deposizione e impregnazione

Secondo l’omotossicologia, in questo momento comincia la fase detta di deposizione, in cui predominano eventi interni alla matrice extracellulare (ECM) e disordini della regolazione. È un processo relativamente silente con pochissimi segni clinici e sintomi, ma ciò nonostante è un processo abbastanza pericoloso. Infatti, è solo una questione di tempo prima che le omotossine riescano a raggiungere l’interno della cellula o ad interferire con la cellula dall’esterno, alterando o addirittura impedendo le sue normali funzioni.

Nella fase di deposizione, le tossine che il corpo non riesce ad espellere vengono depositate nel tessuto connettivo, nel tessuto adiposo e nel sistema vascolare. Le funzioni metaboliche cellulari hanno bisogno di essere stimolate affinché possano essere ripristinate e aiutate nel rilascio e nella graduale espulsione dei depositi di tossine.

Quando la concentrazione di omotossine depositate nei tessuti diventa importante tanto da “impregnare” la matrice extracellulare o produrre effetti intracellulari, inizia la fase di impregnazione. A questo punto, le omotossine praticamente sono diventate parte delle componenti strutturali del tessuto connettivo e della matrice. Alcune tossine (ad esempio, i virus, che, a differenza dei batteri, sono da considerarsi a tutti gli effetti delle omotossine) possono penetrare direttamente nelle cellule che fanno parte del tessuto connettivo o del parenchima. Le tossine che giungono a questo stadio cominciano ad indurre variazioni funzionali sia nella matrice sia nelle cellule, per esempio interferendo con i processi enzimatici, i pathway metabolici, danneggiando le membrane cellulari, compromettendo la catena di respirazione mitocondriale, ecc.

Queste alterazioni portano a un funzionamento cellulare meno efficiente e le reazioni dell’organismo verso le omotossine spesso non sono più risolutive. Talvolta, un carico minimo di una specifica omotossina induce una iper-reazione da parte dei meccanismi di difesa dell’organismo (asma, febbre da fieno, emicrania, ulcera gastrica, …). Dal punto di vista istologico, cominciano ad apparire alcune modificazioni strutturali, mentre, dal punto di vista clinico, iniziano a comparire segni e sintomi indicativi di danno cellulare. La fase di impregnazione può essere raggiunta in intervalli di tempo piuttosto brevi, in dipendenza per lo più delle caratteristiche delle omotossine. Molti virus tentano di penetrare nelle cellule ospiti e di replicarsi rapidamente e, sebbene l’organismo provi a sviluppare una difesa specifica (immunoglobuline) e ad eliminare le cellule infette (attività dei linfociti T ed eliminazione cellulare NK-mediata), la situazione acuta è una fase di impregnazione dovuta alla presenza intra-cellulare dei virus. Anche se i tessuti vengono riparati completamente e le cellule danneggiate vengono tutte rimpiazzate, la condizione virale rimane comunque nella fase di impregnazione se il virus è stato “incorporato” nel materiale genetico della cellula ospite. Nelle sindromi post virali questa situazione può perdurare per lungo tempo, anche per anni.

Nella fase di impregnazione si viene a creare un “locus minoris restistentiae”: l’accumulo di tossine attorno al parenchima d’organo genera una risposta infiammatoria con la quale si tenta di isolare le tossine (e l’infiammazione stessa) all’interno del tessuto biologicamente meno importante, ossia il connettivo. Se l’accumulo delle tossine continua e non vengono allontanate in qualche modo, l’infiammazione progredisce fino a portare alla degenerazione della struttura dell’organo.

Tra la fase di deposito e la fase di impregnazione viene posta la cosiddetta “linea di divisione biologica” (o Regulation/Compensation Division) che separa le prime tre fasi (escrezione, infiammazione, deposizione) in cui l’eliminazione delle tossine è ancora possibile in maniera semplice (e quindi l’organismo è ancora in grado di guarire autonomamente, semmai solo sostenuto da una terapia opportuna) dalle ultime tre fasi (impregnazione, degenerazione e dedifferenziazione) in cui l’escrezione non è più ottenibile (almeno in maniera spontanea). Nelle prime tre fasi, i meccanismi biochimici cellulari non sono ancora stati danneggiati, ma, nel passare dalla fase di deposizione a quella successiva di impregnazione, l’organismo comincia a non avere più difese biologiche efficienti e inizia a “ritirare” energia dal processo di detossificazione, al fine di conservarla per il funzionamento degli organi vitali, e comincia la penetrazione delle cellule da parte delle tossine.

Il punto di vista della gemmoterapia: deposizione, fibrinosi e ialinosi

Secondo la gemmoterapia, nella fase successiva al fallimento della reazione di tipo infiammatorio, il sistema immunitario andrà ad esprimersi mediante marcatori specifici, che troviamo tra le proteine del gruppo delle α e delle β-globuline, ma andrà anche a mantenere memoria di questo conflitto non risolto in modo primitivo, al fine di essere in grado di gestire questo tipo di situazione in futuro. È in questa fase che possono essere “incasellate” le sensibilizzazioni allergiche ed è anche a questo livello che appaiono i segni di ipossia cellulare e le steatosi degli organi nobili. Questa è la fase detta di deposizione o essudo-steatosica, (cfr. [Andrianne] e [Dewit-Leunis]) caratterizzata da una iper-αβ-globulinemia e che corrisponde (almeno da un punto di vista “qualitativo”[10]) alla fase di deposizione secondo l’omotossicologia.

Nelle due fasi successive, dette di fibrinosi (iper-αγ) e di ialinosi (o scleroialinosi, iper-αβγ), si verifica un passaggio ad un interessamento più specifico delle proteine anticorpali (γ-globuline).

La degenerazione fibrinoide, che è legata alla perdita dell’affinità delle fibre connettivali comprese quelle della fibrina, si ritrova nell’infiammazione allergica e in tutta una serie di alterazioni tissulari di tipo collagenoso. La trasformazione ialina, che si caratterizza dal punto di vista morfologico per la presenza di una sostanza amorfa dall’aspetto vitreo omogeneo in corrispondenza delle sezioni colorate (colorazione eosinofila), è una forma di infiltrazione sclerosante degli organi che ipertrofizza i tessuti di sostegno e atrofizza i parenchimi e che pertanto comincia ad essere insidiosa (è, tra l’altro, la base dell’invecchiamento cellulare o dell’invecchiamento fisiologico). Se le fasi essudativa, steatosica e fibrinosica sono considerate primarie, la ialinizzazione di un tessuto rappresenta una fase più evoluta, secondaria ad una precedente fibrinosi.

Secondo Pol Henry, l’aumento delle γ-globuline è sintomo del fatto che i tessuti sono definitivamente colpiti da un’aggressione che lascerà un marchio indelebile. Con l’inizio delle fasi iper-γ si entra nel pieno dell’infiammazione cronica[11] e non è più possibile che si verifichi una risoluzione naturale, spontanea della patologia progressiva[12].

Dewit e Leunis parlano di una fase III o di deposizione e di una successiva fase IV o di fibrosi. Queste due fasi possono essere fatte corrispondere, rispettivamente, alla fase di impregnazione e degenerazione secondo l’omotossicologia. È interessante notare come Dewit e Leunis pongono la fibrinosi (iper-αγ) nella fase III (di deposizione) e solo all’inizio della fase IV (di fibrosi), mentre Andrianne addirittura la pone completamente nella fase III. La fase ialinosica (iper-αβγ) è quella più completamente appartenente alla fase di fibrosi (IV): si ha una vera e propria degenerazione proteica che modifica i parenchimi e i tessuti di sostegno. Qui, secondo gli autori, la degenerazione tissutale è decisamente irreversibile.

Siccome:

  • il modello omotossicologico e quello gemmoterapico differiscono qui per sfumature (la fase di fibrinosi è tutta in fase di deposizione oppure parte deposizione e parte fibrosi o ancora tutta in fase di fibrosi/impregnazione);
  • ovviamente esisterà un continuum di evoluzione dalla fibrinosi alla ialinosi, con fasi intermedie, per cui le fasi non sono nettamente definite;
  • la fibrinosi comunque produce un’alterazione importante del connettivo, con danni al parenchima sempre crescenti man mano che ci si avvicina alla ialinosi;
  • la fibrinosi è caratterizzata dall’interessamento delle γ-globuline, per cui è già una condizione “cronica” ed irreversibile (concordemente a quanto asserisce Pol Henry)

in questo testo la fibrinosi è collocata tutta in fase IV, facendo coincidere la fase di fibrosi di Dewit e Leunis con la fase di impregnazione dell’omotossicologia, consci del fatto che ci stiamo comunque riferendo ad un continuum di evoluzione della matrice extracellulare che viene sempre più danneggiata dal processo infiammatorio ormai già cronicizzato.

Acidificazione tissutale e deposizione

Qualunque fenomeno che interferisca con la circolazione dei fluidi all’interno della matrice extracellulare (inclusa la mancanza di acqua, di nutrienti o di attività fisica), se non risolto, può comportare una riduzione del movimento della linfa e una congestione della ECM, con conseguente riduzione della elasticità della matrice. Questo può indurre un rallentamento nel trasporto di ossigeno, dei nutrienti e dei messaggeri biochimici e nella eliminazione dei prodotti di scarto. Queste condizioni alla lunga possono produrre ipossia, che, insieme all’accumulo di prodotti di rifiuto, può indurre una acidificazione tissutale (diminuzione del pH interstiziale), alla quale può conseguire una stiffness della matrice e del connettivo, che peggiorano ulteriormente il movimento dei fluidi, instaurando, in tal modo, un circolo vizioso (v. riquadro sotto).

Durante la fase della deposizione, il progressivo accumulo delle noxae all’interno del tessuto connettivo rende sempre meno agevole lo spostamento dei fluidi nella ECM. Ciò alla lunga può indurre fenomeni di ipossia che, a loro volta, possono portare all’instaurarsi del circolo vizioso ipossia-acidificazione-stiffness. È possibile che il passaggio dalla fase della deposizione a quello della impregnazione passi proprio attraverso l’attivazione di questo circolo e dei relativi meccanismi infiammatori.

 

Ipossia, acidificazione e fibrosi[13] tissutali

Ipossia, acidificazione e fibrosi sono fenomeni che, a livello tissutale, si verificano normalmente durante  la riparazione dei tessuti (ad esempio, durante la guarigione delle ferite) e sono da considerarsi fisiologici nei casi acuti; pur tuttavia, tali fenomeni possono essere coinvolti anche nell’instaurazione e nella progressione di patologie croniche.

L’ipossia e l’acidificazione tissutali possono essere collegate tra loro tramite l’aumento del metabolismo glicolitico cellulare nelle aree ipossiche.

Quando nei tessuti dei mammiferi si verifica ipossia (es., a causa di danno tissutale), viene indotta tutta una cascata di eventi per reagire alla diminuita disponibilità di ossigeno. In tali condizioni, vengono attivati i fattori di trascrizione noti come HIF (Hypoxia-Inducible Factors). HIF-1α è considerato il principale regolatore trascrizionale della risposta cellulare all’ipossia. Esso induce, a quanto è noto finora, la trascrizione di più di 60 fattori, inclusi il VEGF e l’eritropoietina che sono coinvolti in processi biologici quali l’angiogenesi e l’eritropoiesi, che hanno il compito di facilitare il trasporto di ossigeno verso le regioni ipossiche. HIF-1α induce anche la trascrizione di geni coinvolti nella proliferazione e nella sopravvivenza delle cellule, così come nel metabolismo del glucosio e del ferro.

Diversi tipi di cellule immunitarie attivate, inclusi i macrofagi, preferiscono usare la glicolisi per produrre energia (effetto Warburg) anche in ambienti normossici. Sembra che la glicolisi anaerobia sia specificamente promossa dall’attivazione pro-infiammatoria delle cellule immunitarie e non dalla loro attivazione antiinfiammatoria; i macrofagi M1 pro-infiammatori attivati in maniera classica e le cellule T mostrano un fenotipo glicolitico, laddove i macrofagi M2 attivati in maniera alternativa e i linfociti T regolatori con proprietà antiinfiammatoria sono caratterizzati da una aumentata fosforilazione ossidativa [Öörni].

HIF-1α è essenziale per la regolazione della capacità glicolitica in tutte le cellule mieloidi [Crame, Walmsley]. I macrofagi localizzati nelle aree ipossiche possono essere stimolati in modo da effettuare un aumento HIF-1α-dipendente del metabolismo glicolitico. Come i macrofagi, anche l’attivazione pro-infiammatoria delle cellule dendritiche, tramite i recettori toll-like, e dei linfociti T, tramite i recettori delle cellule T, causano un incremento HIF-1α-dipendente del metabolismo glicolitico [Öörni].

I granulociti contengono abbondanti mitocondri e hanno la capacità di mantenere un metabolismo aerobico, tuttavia fanno affidamento quasi esclusivamente sulla glicolisi anaerobica per la generazione di ATP, visto che hanno la necessità di spostarsi in ambienti che sono poveri di ossigeno. HIF-1α di nuovo fornisce il meccanismo chiave per la regolazione della glicolisi dei granulociti, ma, in questo caso, esso stimola anche (insieme con la macrophage inflammatory protein-1β) una inibizione reversibile dell’apoptosi dei neutrofili che prolunga la loro sopravvivenza, aumentando così la loro attività [Walmsley].

L’eccesso di H+ e di lattato prodotti dall’aumentata glicolisi viene secreto dalle cellule nell’ECM tramite diverse pompe, scambiatori e trasportatori, diminuendo localmente il pH cellulare (pH interstiziale).

I macrofagi cono capaci di adattarsi e sopravvivere alla acidosi locale che si sviluppa nei siti di infiammazione acuta e sono soggetti ad una modulazione acidosi-indotta delle loro funzioni immunitarie. Degno di nota è il fatto che l’acidità extracellulare diminuisce anche il pH intracellulare dei macrofagi, il che amplifica notevolmente il numero di pathway potenzialmente modulati dall’acidosi extracellulare. Il pH basso modula l’attività di macrofagi e monociti, stimolando il loro uptake dei complessi immunitari, aumentando la clearance delle cellule apoptotiche, stimolando la presentazione degli antigeni e aumentando la produzione delle specie ROS, e stimola la secrezione di citochine pro-infiammatorie chiave (come IL-1β and IL-18). Quindi, un ambiente acido ha un forte potenziale pro-infiammatorio [Öörni].

Sebbene questi effetti possano essere benefici al fine di garantire una clearance efficiente delle infiammazioni acute, essi diventano maladattivi nel contesto delle condizioni croniche. Infatti, una acidità dell’ECM che persiste nel tempo è legata all’instaurazione e alla progressione di patologie croniche, come asma, aterosclerosi e finanche cancro.

Un pH dell’ECM cronicamente diminuito può anche promuovere modifiche strutturali nei tessuti circostanti. Il Connective tissue growth factor (CTGF) è una proteina di 38-kD, ricca in cisteina, considerata oggi un mediatore chiave della fibrosi tissutale. È stato verificato che il pH basso da solo ha la capacità di indurre una sostanziale produzione di CTGF e di aumentare l’espressione sia del mRNA sia della proteina CTGF indotte da TGF-β (v. per esempio  [Matsuzaki]).

Un elevato TGF-β ed elevati livelli di CTGF sono associati ad una deposizione patologica di proteine dell’ECM che conducono ad un aumento della stiffness tissutale. Risultati di esperimenti effettuati sia in vitro sia in vivo hanno mostrato una produzione aumentata delle proteine della ECM, inclusi fibronectina, collagene, elastina e proteoglicani della matrice, a seguito della stimolazione con TGF-β e LPA (acido lisofosfatidico). Questo meccanismo può causare una stiffness della matrice, che, a sua volta, induce la differenziazione dei miofibroblasti attraverso un meccanismo mediato da meccanotrasduzione intrinseca.

Lo stiffening della matrice e l’ispessimento del tessuto connettivo possono ovviamente causare  un deterioramento della circolazione dei fluidi che incrementa ulteriormente l’ipossia.

 

Confronto tra i modelli e punto di vista umorale

Le fasi che seguono quella infiammatoria essudativa sono caratterizzate, sia dal punto di visto gemmoterapico che di quello omotossicologico, da un aumento della complessità reazionale.

C’è una buona corrispondenza tra le fasi omotossicologiche di deposito e impregnazione e le fasi di deposito, fibrinosi e ialinosi della gemmoterapia. È importante considerare che:

  • La fase di deposizione è comune ad entrambe le discipline: in tale fase, le omotossine vengono stoccate nel tessuto connettivo insieme alle macromolecole del siero. Questa è una fase di “puro” stoccaggio, senza reazioni e segni clinici particolarmente evidenti.
  • Quando gli “accumuli” di tossine cominciano a diventare particolarmente importanti, i tessuti ormai impregnati cominciano a reagire alle tossine in essi depositati: le tossine cominciano ad interferire con le cellule del parenchima danneggiandone le funzioni enzimatiche ed eventualmente anche le membrane. È qui che comincia la fase di impregnazione. In questa fase esiste un “loco minoris resistentiae” [BioMed], per cui il processo infiammatorio cronico inizia in un “tessuto biologicamente meno importante” (tessuto connettivo), ma gli effetti collaterali sono ugualmente importanti: le tossine si raccolgono attorno al parenchima d’organo, i tessuti reagiscono a tali tossine con una infiammazione e tentano di isolarle nelle fibre del tessuto connettivo e, alla fine, questo processo genera un danno all’organo stesso.
  • Secondo la gemmoterapia, la fase successiva alla deposizione è caratterizzata dall’aumento delle γ-globuline, indicatrici dell’avvenuta cronicizzazione dell’infiammazione. Quindi, già la fibrinosi, che è il primo stato iper-γ-globulinico, è uno stato di infiammazione cronica, per cui possiamo dire che lo stato di fibrinosi corrisponde con la prima parte della fase di impregnazione, mentre la ialinosi, pur appartenendo alla stessa fase, ne rappresenta uno stato più avanzato. D’altra parte, la ialinosi, in gemmoterapia, è, al pari della fibrinosi, un processo iperplastico, piuttosto che ipoplastico (e quindi di degenerazione)[14].
  • La differenza sostanziale tra le fasi di deposizione, impregnazione e degenerazione sta nel fatto che nella prima si verifica uno stoccaggio senza reazione infiammatoria, nella seconda c’è una risposta infiammatoria (cronica) all’eccessivo stoccaggio senza però che ci sia un interessamento diretto (importante) del parenchima e nella terza fase anche il parenchima è leso, in senso funzionale e/o strutturale. Quindi, ad esempio, la deposizione di proteina amiloide, l’infiammazione cronica conseguente e la degenerazione che ne consegue corrispondono a tre fasi tissutali differenti, delle quali solo la terza corrisponde all’Alzheimer conclamato. Anche la cirrosi, ad esempio, possiamo pensarla presentarsi in più stadi: deposizione (es. steatosi epatica), formazione di tessuto fibroso con infiammazione ma senza degenerazione del parenchima (che potrebbe corrispondere almeno alle prime fasi della cirrosi compensata) e successivamente con degenerazione del parenchima.

Quindi, con la fase di impregnazione comincia la cronicizzazione della malattia. La deposizione di qualunque tipo di sostanza, l’iperplasia tissutale (es., aumento di tessuto adiposo, fibroso) che ne consegue e la successiva risposta infiammatoria di tipo cronico non risolutiva costituiscono la risposta ad una modifica nella strategia di coping da parte dell’organismo nei confronti del patogeno; tale modifica è volta essenzialmente a:

  • confinare in una zona circoscritta l’aggressore (almeno temporaneamente) non più aggredibile e
  • a redirigere le “energie” verso il ripristino delle funzioni organiche e tissutali principali e il “semplice” contenimento della minaccia non sventata.

Dal punto di vista della teoria umorale, queste fasi e i processi che le caratterizzano possono essere descritti in termini di trasformazione della Flemma. Questa, che nella fase di escrezione viene prodotta al fine di allontanare il patogeno, successivamente viene riscaldata dal calore dell’infiammazione, eventualmente producendo calore tossico oppure “asciugandosi” nella congestione. Se il riscaldamento continua, essa viene “cotta” fino a formare una flemma adusta, ispessita (fase di deposizione) che, al proseguire ulteriore della cozione, “condensa” sempre più, indurendosi e strutturandosi e acquisendo, pertanto, caratteristiche tipicamente melancoliche[15],  dando vita ad una iper-produzione tissutale sempre più “dura” (fibrinosi e poi ialinosi, la seconda più “strutturata” della prima), generando, per compressione, ulteriore calore.

Da un punto di vista umorale, quindi, la fase di deposizione è caratterizzata dall’accumulo tissutale di Flemma ispessita[16]. È importante notare che la Flemma ispessita non si forma esclusivamente a causa di fenomeni infiammatori di tipo cronico, ma può generarsi anche a seguito di problematiche di tipo acuto (pensiamo, ad esempio, alle affezioni infiammatorie dell’apparato respiratorio). In questi ultimi casi, però, la Flemma ispessita tende a raccogliersi nelle cavità naturali dell’organismo e non a depositarsi nel tessuto connettivo, come avviene nel caso della fase di deposizione[17].

Nella concezione umorale tradizionale[18], la Flemma accumulata si comprime e produce Calore. Nella fase di impregnazione, infatti, alla Flemma ispessita della fase precedente si associa una certa quantità di Melancolia perversa formata proprio per “adustione” della stessa Flemma (insieme Flemma ispessita e Melancolia perversa danno ragione dell’iperplasia tipica di questa fase). Il Calore prodotto è, in un certo senso, riconducibile alla rinnovata attivazione dei processi di reazione (questa volta legati alle γ-globuline) dell’organismo.

Fasi di degenerazione: cirrosi, fibrosclerosi

Continuando l’insulto da parte del patogeno, il sistema naturale di difesa non è più capace di eliminare o allontanare le tossine dalle cellule e/o dalla matrice. Quando questo accade, cominciano ad essere interessate le strutture intracellulari (componenti genetiche, membrane cellulari e sistemi interni alla cellula) che vengono successivamente sempre più seriamente danneggiate. Inizia la fase di degenerazione (o necrosi), sia secondo l’omotossicologia sia secondo la gemmoterapia, fase nella quale il danno cellulare è predominante.

Secondo l’omotossicologia, l’intossicazione progressiva della cellula e dei tessuti circostanti causa un completo fallimento funzionale delle cellule colpite che tendono a morire progressivamente. Nel lungo periodo, si notano perdita di tessuto e limitazione funzionale di tutto il tessuto colpito. Per definizione, le fasi di degenerazione sono relative alle malattie degenerative croniche, la maggior parte delle quali sono da considerare irreversibili.

Secondo il modello della gemmoterapia, tutte le fasi fino alla ialinosi inclusa corrispondono ad una iperplasia cellulare e possono essere considerate reversibili sia dal punto di vista proteico sia dal punto di vista tissutale. Successivamente alla fase ialinosica, si inserisce una fase detta di stop da Dewit e Leunis: l’organismo non è riuscito a fermare l’aggressore, per cui deve cominciare una fase necrotica, di ipoplasia cellulare (corrispondente alla morte delle cellule di cui sopra) i cui processi hanno il compito di fare pulizia “radicale” dei tessuti, cercando di sradicare il patogeno. Le fasi successive a quella di ialinosi sono da considerare irreversibili dal punto di vista tissutale: anche se le proteine del siero possono normalizzarsi, tuttavia la patologia lascerà un marchio indelebile nei tessuti dell’organismo.

La fase di necrosi vien fatta seguire, dal punto di vista schematico, a quella della impregnazione in considerazione della maggiore entità dei danni, ma per l’esattezza la necrosi non subentra necessariamente all’impregnazione. Diciamo piuttosto che queste due modalità infatti dipendono essenzialmente dalla potenza patogena dell’aggressore[19]. La lesione necrotica può risultare, infatti, anche da un conflitto troppo “distruttivo” o troppo “ipossico” tra l’individuo e l’agente di lesione, conflitto che non lascia all’individuo né il tempo materiale né i mezzi per la ricostruzione di una struttura cicatriziale.

In gemmoterapia, la fase di degenerazione è ulteriormente distinta in due momenti successivi. Durante il primo di questi, diminuiscono le α-globuline per cui rimane una iper-βγ-globulinemia che è segno di reazione cirrotica (cirrosi)[20],[21] della malattia. L’aumento delle β-globuline può invece non avvenire affatto o può essere depresso con il tempo: resterà allora solo un’iper-γ-globulinemia isolata a testimonianza di una sindrome di iperimmunità, mentre la malattia sfocerà nella fibrosclerosi dei tessuti infiammati, che costituisce una fase terziaria del processo reazionale proteico.

Dal punto di vista umorale, la combustione degli umori dovuta al surriscaldamento cronico e progressivo porta all’esaurimento del materiale organico: si passa da una fase di produzione di melancolia perversa ad uno stato di deficit di melancolia accompagnato da una quota più o meno importante di distrofia melancolica[22]. La fase di stop segna il passaggio dall’eccesso di Melancolia perversa al deficit di Melancolia con distrofia melancolica.

Fase di dedifferenziazione: amilosi

Se la sindrome iper-γ-globulinemica caratteristica della fibrosclerosi si deprime per produrre una sindrome ipo-γ, si è allora di fronte ad un deficit immunitario il quale non sempre, se isolato, è la conseguenza di uno stadio post-infiammatorio (può anche trattarsi di un deficit primitivo o genetico, oppure, se è accompagnato da un aumento delle α- e β-globuline, può indicare la fase terminale di una vecchia infiammazione, che però comporta rischi di permeabilità renale con conseguenti segni di nefrosi per fuga di albumina). Lo stadio ipo-γ post-infiammatorio, in gemmoterapia, è detto di amilosi (o scleroamilosi) ed è considerato uno stadio di degenerazione o disorganizzazione.

Questa fase si instaura quando, una volta falliti tutti i tentativi di sradicamento o di contenimento del processo patologico, l’organismo ospite non ha altra scappatoia se non quella di autodistruggersi tramite disorganizzazione totale delle sue funzioni vitali. Questo è uno stato di disorganizzazione caratteristico di tutti i processi che hanno sviluppi anarchici, dalle malattie immunitarie acquisite, alle sindromi di disfunzione ipotalamo-ipofisarie fino ai tumori benigni e maligni.

Anche in omotossicologia esiste una fase analoga, detta di dedifferenziazione, che include tutte le malattie caratterizzate principalmente da abnorme proliferazione cellulare o crescita tissutale. Le cellule perdono la loro specificità e si dedifferenziano fino a diventare cellule totipotenti (specificità embrionale invertita). Queste malattie possono essere anche caratterizzate dalla presenza di metastasi. In questa fase, l’organismo è sempre più influenzato anche dalle tossine endogene che sono generate dalla distruzione cellulare. Tutti i tumori maligni appartengono a questa fase.

Dal punto di vista umorale, siamo in una fase di produzione di degenerazione: gli umori sono pervertiti e dis-trofici (distrofia umorale).

La tabella delle fasi

In Tab. 1 è riportata, in forma tabellare, la sintesi di quanto finora detto. Qui, le fasi dell’omotossicologia e della gemmoterapia vengono fatte coincidere esattamente per una questione di chiarezza espositiva, ma è importante capire che la loro corrispondenza è solo di tipo qualitativo. La gemmoterapia, infatti, definisce le fasi in termini di parametri biologici misurabili (dosaggio delle proteine del siero), laddove in omotossicologia non si adoperano affatto parametri strumentali. Questo significa che, all’atto pratico, l’esattezza delle corrispondenze non può essere nemmeno verificata sperimentalmente. Piuttosto, dato che entrambi i modelli poggiano sulla stessa sequenza di eventi, è lecito aspettarsi una corrispondenza qualitativa piuttosto accurata[23]: è possibile, ad esempio, che l’attivazione iper-αβ sia causa dell’inizio dei fenomeni di deposizione, piuttosto che quella iper-αγ sia conseguente all’inizio dei fenomeni di impregnazione. Quanto detto dà ragione anche delle piccole differenze tra le opinioni che i diversi autori (in gemmoterapia) hanno in merito al posizionamento delle reazioni delle proteine sieriche rispetto alle fasi tissutali[24].

È da notare che se la fase di impregnazione è considerata irreversibile dall’omotossicologia, le corrispondenti fasi di fibrinosi e ialinosi sono reversibili secondo la gemmoterapia. In realtà, tale differenza è solo apparente, in quanto tutte sono da ritenersi spontaneamente irreversibili, ossia necessitano di un appropriato intervento esterno (terapia) affinché possa avvenire la guarigione tissutale.

Tab. 1 – Tabella delle fasi e corrispondenze (aprire in una nuova scheda per ingrandire)

La guarigione e i rimedi delle fasi

[BioMed, Dewit-Leunis, Piterà, Piterà2, Rozencwajg]

Secondo l’omotossicologia e la gemmoterapia, la progressione della malattia può essere descritta come un passaggio da sinistra a destra nella tabella delle fasi (in omotossicologia si parla di vicariazione progressiva), mentre la guarigione sarà necessariamente in senso inverso (vicariazione regressiva). È da notare che in omotossicologia, la direzione della vicariazione ha anche una componente di passaggio “attraverso” i foglietti embrionali.

Nelle fasi iniziali (prima della linea di divisione biologica e quindi dell’instaurarsi dei processi di infiammazione cronica) è possibile uno spontaneo e completo ripristino sia funzionale sia tissutale, mentre nelle fasi successive c’è bisogno di un supporto che diventa sempre più importante.

Nella fase di escrezione, secondo l’omotossicologia, il drenaggio e la detossificazione possono accelerare i processi fisiologici e ridurre la probabilità di ricorrenza. È chiaro che, in tale fase, l’uso di astringenti “in purezza” può essere controproducente, almeno in prima istanza, in quanto può bloccare l’espulsione del patogeno. Se certamente lo stato tende a perdurare (es. diarrea cronica), l’uso di astringenti può essere necessario. Il vomito e la diarrea acute di solito richiedono, al più, solo una reintegrazione di fluidi ed elettroliti.

Nella fase di infiammazione, secondo la omotossicologia, essendo attivata la risposta immunitaria innata, l’immunomodulazione è necessaria o quantomeno consigliata. Nelle condizioni lievi ed acute, il drenaggio e la detossificazione possono essere opzionali, ma diventano necessarie se ci sono ricadute. Ricordiamo che sopprimere la febbre e l’infiammazione acuta con farmaci allopatici, come antiinfiammatori, antipiretici o antitussivi può essere controproducente, perché può portare ad una vicariazione progressiva e all’esitazione in una fase più avanzata.

Anche per la fase di deposizione l’omotossicologia suggerisce il duplice approccio di drenaggio e detossificazione (che, insieme, costituiscono il primo dei cosiddetti pilastri o pillar dell’omotossicologia) e di supporto immunologico (secondo pilastro), in quanto le omotossine sono localizzate principalmente nello spazio extracellulare e ancora non vengono interessate le cellule.

In omotossicologia, per tutte le fasi a destra della linea di divisione biologica è previsto l’intervento del terzo pilastro, ossia di tutti i rimedi volti a fornire supporto a cellule e organi.

La gemmoterapia e la fitoterapia ciclica di Dewit e Leunis prevedono rimedi specifici per ognuna delle fasi.

Miasmi omeopatici e fasi tissutali

I miasmi omeopatici (almeno quelli hahnemanniani) e le fasi tissutali possono essere messi in relazione tra loro. Certamente non è semplice stabilire in maniera esatta tale corrispondenza, in quanto i miasmi omeopatici sono tendenze morbose (diatesi) caratterizzate a priori rispetto ai parametri che definiscono, almeno in gemmoterapia, le fasi tissutali.

Cominciamo con il considerare che i miasmi, essendo attinenti alle malattie croniche, devono necessariamente essere posizionati (almeno a “regime”) a destra della linea di divisione biologica.

Il miasma psorico è perlopiù caratterizzato da uno stato di continua lotta ed iporeazione, quindi da stanchezza (l’organismo non ha tutte le risorse necessarie ad un funzionamento ottimale né alla rapida risoluzione di qualsivoglia problema) e dalla comparsa di eruzioni cutanee: c’è ancora una reazione di disintossicazione (per via cutanea), che però non è risolutiva perché l’organismo non ha tutte le risorse necessarie per far fronte all’aggressione.

Taluni autori fanno distinzione tra una psora latente che corrisponde ad una potenzialità reattiva cronica senza però manifestazioni (tranne quelle disfunzionali di iporeattività) e una psora manifesta che coincide con uno stato patologico cronico “conclamato” di tipo reattivo (eruzioni).

Quando viene attaccato da una noxa, se la reazione infiammatoria non è sufficiente per eliminare il patogeno[25], l’organismo si viene a trovare in una situazione di svantaggio, di “debolezza” ed è costretto ad una vicariazione progressiva che lo porta in uno stato che è descrivibile come di “lotta” persistente (infatti anche nella fase di deposizione c’è un’attivazione αβ) ma anche di iporeazione (infatti l’attacco da parte della noxa non viene risolto né tantomeno compaiono sintomi manifesti: sembra quasi che l’organismo abbia, almeno temporaneamente, smesso di reagire). Questa condizione, che potremmo definire, in questo senso, di “iporeazione persistente” e che certamente all’inizio è ancora spontaneamente reversibile, ha buona parte delle caratteristiche tipiche della psora ma non è ancora la psora. Quest’ultima, infatti, si instaura solo se e quando il processo che l’ha generata si protrae al punto tale che la condizione cronicizza e l’organismo attiva il meccanismo reattivo (per così dire “di mantenimento”) addizionale che coinvolge le proteine anticorpali (γ-globuline).

C’è pertanto una spiccata “somiglianza” tra lo stato di “iporeazione persistente”, reversibile e caratterizzato da ipofunzione senza ulteriori manifestazioni esterne, la fase di deposizione e il concetto di psora latente. Per tale motivo, viene naturale far “coincidere” queste tre condizioni.

La condizione di psora manifesta si instaura allorquando l’organismo inizia a riattivare i processi infiammatori ed eliminatori, portando alla comparsa delle eruzioni cutanee e di tutti i sintomi tipici, appunto, della psora manifesta. È in questo momento che si supera la linea di divisione biologica, entrando di fatto nell’ambito delle patologie croniche in senso stretto.

Ovviamente, la psora manifesta deve precedere, nel senso dell’evoluzione temporale, tutti gli altri miasmi hahnemanniani, per cui deve essere posizionata dopo la linea di divisione biologica. La fase di impregnazione è caratterizzata da una degradazione proteica tissutale (collagenosi) che è tipica della sicosi più che della psora. Però verosimilmente tale degradazione proteica non comincia esattamente all’inizio della fase reattiva cronica, essendo piuttosto una conseguenza di tale reazione quando questa si protragga nel tempo. Possiamo, quindi, immaginare che ci sia una certa finestra temporale tra l’inizio della reazione cronica, di competenza psorica, e l’inizio della degradazione proteica tissutale (impregnazione in senso stretto). Per tale motivo, nella tabella Tab. 1 è stata inserita una fase transitoria (possibilmente iper-αγ ma sicuramente “nuovamente” infiammatoria) prima della fibrinosi per “accomodare” la psora (ma anche le differenze tra le opinioni che i diversi autori in gemmoterapia hanno in merito al posizionamento della fibrinosi in fase III o IV[26]): tale fase transitoria è stata posizionata all’inizio della fase di impregnazione solo per comodità di esposizione, ma in realtà sarebbe più correttamente da considerare una fase intermedia tra quella di deposizione e quella di impregnazione vera e propria[27].

Il miasma sicotico corrisponde certamente alla fase di impregnazione (almeno a regime)[28], caratterizzata da degradazione proteica tissutale ed eventuale iperplasia/iperattività[29].

La fase di deposizione è caratterizzata da deposizione tissutale (e quindi ipertrofia, più che iperplasia) senza i fenomeni di tipo “caldo” dovuti all’infiammazione tipica dei miasmi cronici (probabilmente qui nasce la costituzione idrogenoide secondo Grauvogl). Se in tale fase eventuali “depositi” melancolici sono legati al “consolidamento” della flemma accumulata, nel caso della psora, prima, e della sicosi, poi, il calore dell’infiammazione cronica produce dapprima una flemma “adusta” e poi anche scorie melancoliche, in una sorta di “combustione” tissutale che rimanda ai concetti Avicenniani di malankholia saudawi e malankholia balghami, ossia le forme di Melancolia perversa prodotte per combustione rispettivamente della Melancolia e della Flemma corrette.

La fase di degenerazione è chiaramente di tipo luetico ed è caratterizzata da una ipoplasia di tipo degenerativo. La fase di dedifferenziazione, di natura completamente displastica/distrofica, può essere fatta corrispondere con il miasma cancerinico (si è alla ricerca di quella perfezione che da un punto di vista tissutale si è perso a causa del processo displastico).

Chiaramente tutti gli altri miasmi non citati qui possono essere visti come modalità reattive miste, definibili come intermedie tra i miasmi sin qui considerati.

 

Note

[1] Dette anche emocitoblasti: questo termine, in realtà, è relativo ad un modello ormai (almeno parzialmente) superato, secondo cui gli emocitoblasti deriverebbero da elementi mesenchimali indifferenziati detti emoistioblasti. Pur tuttavia la nomenclatura è mantenuta in diversi testi.

[2] Detti granulociti perché sono caratterizzati dalla presenza di granuli nel citoplasma e polimorfonucleati perché il loro nucleo ha forma variabile e di solito è diviso in tre lobi.

[3] Sia i granulociti sia le cellule della linea istio-monocitaria (monociti e derivati, macrofagi e cellule dendritiche) sono capaci di fagocitosi, quindi il termine fagociti include entrambe le linee cellulari. Qui con l’espressione fagocitosi microcitaria Piterà intende la fagocitosi esercitata dai granulociti, cellule più piccole rispetto a macrofagi e monociti.

[4] Le α-globuline sono sintetizzate dagli epatociti, responsabili della produzione delle proteine della fase infiammatoria (tra cui PCR e, appunto, le α-globuline). Ricordiamo che, nella medicina ippocratico-galenica, il fegato gestisce il fuoco/bile nel senso dell’infiammazione.

[5] V. [Henry] p. 26. Qui sembra essere plausibile che Pol Henry stia descrivendo solo un caso particolare di essudazione iper-α: infatti, il fenomeno di deposizione della fibrina è solo dovuto alla “spontanea” degenerazione dell’essudato piuttosto che alla deposizione dovuta ad una infiammazione cronica iper-αβ o addirittura iper-αγ.

[6] Nonostante il nome possa far pensare al contrario, nella fase steatosica non si verifica alcuna steatosi d’organo.

[7] Fa solo cenno alla frazione iper-β, legata soprattutto al tessuto connettivo, e ad una sua “lesione”, che segna l’inizio dell’infiammazione cronica (qui verosimilmente si riferisce all’inizio della competenza delle proteine γ).

[8] Sia la fase di attivazione sia quella di infiammazione essudativa prevedono una ipersecrezione, ma nel primo caso questa non è prodotta a seguito di infiammazione, mentre nel secondo sì, tant’è che lo stesso Pol Henry riconosce che la frazione iper-α è legata specificamente all’infiammazione acuta e ai leucociti.

[9] Nella visione di Dewit e Leunis, le macromolecole lipidiche e proteine presenti nel siero cominciano ad essere in concentrazione troppo elevata perché possano rimanere in soluzione, pertanto precipitano e cominciano a depositarsi negli organi. Tale visione non contempla la deposizione anche delle noxae, come fa invece l’omotossicologia.

[10] L’omotossicologia non si riferisce, a differenza di quanto fa la gemmoterapia, a parametri biologici misurabili.

[11] “I linfoplasmociti sono caratteristici dell’infiammazione cronica e della frazione gamma.” (v. [Henry], pag. 26).

[12] Notare la corrispondenza con la linea di divisione biologica dell’omotossicologia.

[13] In questo riquadro con il termine fibrosi ci riferiamo specificamente al fenomeno della fibrosi tissutale, ossia dell’ispessimento della matrice, non alla fase di fibrosi secondo Dewit e Leunis.

[14] Pensiamo, per esempio, a cosa succede nell’insorgenza del diabete di tipo 2: le cellule adipose sempre più “piene” di grasso, cominciano a reagire a questa saturazione producendo citochine infiammatorie che, a loro volta, innescano il processo che alla fine porta all’insulino-resistenza e quindi al diabete. In questo processo, sono (almeno in alcuni casi) coinvolte alcune γ-globuline che vengono prodotte dall’organismo in risposta all’accumulo dei depositi adiposi [Winer].

[15] Pensiamo alla fiamma che brucia il legno e asciuga tutti i suoi liquidi, generando carbone, asciutto, duro e nero.

[16] Può corrispondere allo stato tissutale Torpor secondo Matthew Wood.

[17] La Flemma ispessita caratteristica della fase di deposizione si ritrova talvolta in Medicina Tradizionale Cinese descritta come “Flegma che invade i canali collaterali”.

[18] Ma anche in Medicina Tradizionale Cinese.

[19] O piuttosto dalla sua potenza relativamente alle capacità di difesa e reazione dell’organismo.

[20] La cirrosi epatica, ad esempio, è una malattia cronica del fegato caratterizzata da formazione di tessuto fibroso e successiva necrosi del parenchima, infiltrazione di cellule infiammatorie e connettivali formanti tralci flogistici e cicatriziali e successiva rigenerazione nodulare del parenchima. Lo stadio iniziale della malattia (asintomatico) è detto di cirrosi compensata; quello con quadro clinico manifesto è detto cirrosi scompensata. Dal punto di vista elettroforetico, caratteristiche sono la diminuzione dell’α1-antitripsina, la diminuzione dell’albumina e l’aumento delle γ-globuline.

[21] La cirrosi è già da considerarsi in fase V (necrotica) secondo la Tabella 3 di [Dewit-Leunis], in parziale discordanza con l’algoritmo a p.24 dello stesso testo.

[22] Il deficit (ipostrutturazione) e l’eccesso di Melancolia (iperstrutturazione) sono di per se stesse condizioni di “perversione” della Melancolia. Ma la Melancolia, oltre ad essere perversa nella quantità, può essere perversa nella qualità: pensiamo, ad esempio, alla Melancolia che si genera per combustione degli umori corretti (v., ad esempio, i concetti Unani-Tibb di malankholia damvi prodotta dalla combustione del Sangue, malankholia safravi prodotta dalla combustione della Bile Gialla, malankholia balghami prodotta dalla combustione della Flemma e malankholia saudawi prodotta dalla combustione della Melancolia corretta). L’espressione “distrofia Melancolica” indica una perversione della Melancolia rispetto alla qualità: è una condizione caratterizzata da strutturazioni “sbagliate”, distrofiche, appunto.

[23] Questo implica, ad esempio, che per ogni fase possano essere impiegati i rimedi previsti da entrambi i modelli.

[24] Vedi, ad esempio, le visioni leggermente diverse a proposito del posizionamento delle fasi iper-α e iper-β nel paragrafo “Fasi di infiammazione”.

[25] Oppure se, ricordiamo, si attua una soppressione con farmaci.

[26] Vedi paragrafo “Il punto di vista della gemmoterapia: deposizione, fibrinosi e ialinosi”.

[27] Chiaramente, nulla ci vieta di ipotizzare che la spora possa corrispondere con la fase di fibrinosi secondo Dewit e Leunis, ma questa ipotesi sarebbe tutta da verificare sperimentalmente.

[28] Lo stesso Reckeweg definisce Thuja, il rimedio “principe” della sicosi, un rimedio per le fasi di impregnazione retossica [Reckeweg].

[29] Il Calore della rinnovata reattività immunitaria può essere pensato come collegato alla iperattività psico-fisica caratteristica di questa fase.

 

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Immagine di A. Rad and Mikael Häggström, M.D.- Author info- Reusing images – Image:Hematopoiesis (human) diagram.png by A. Rad, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7351905

[Heel]

Routine Therapy – The Practitioner’s Handbook of Homotoxicology”, Heel USA, 3.rd US edition (2010)

[Henry]

Pol Henry, “Gemmoterapia”, Giuseppe Maria Ricchiuto Editore (1989)

[Matsuzaki]

Shinichi Matsuzaki et al., “Extracellular acidification induces connective tissue growth factor production through proton-sensing receptor OGR1 in human airway smooth muscle cells”, Biochemical and Biophysical Research Communications, 413,499–503 (2011)

[Öörni]

Katariina Öörni et al., “Acidification of the intimal fluid: the perfect storm for atherogenesis”, J. Lipid Res. 56: 203–214 (2015)

[Piterà]

Fernando Piterà, “Compedio di Gemmoterapia Clinica”, 6a edizione, Ed. De Ferrari (2007)

[Piterà2]

Fernando Piterà, Marcello Nicoletti, “Gemmoterapia – Fondamenti Scientifici della moderna Meristemoterapia”, Nuova Ipsa Editore (2016)

[Reckeweg]

Hans-Heinrich Reckeweg, “Materia Medica”, 4th edition, Aurelia Press

[Roggel]

Roggel et al., “Role of Kupffer cells in host defense and liver disease”, Liver International 2006; 26: 1175–1186

[Rozencwajg]

Joe Rozencwajg, “Dynamic Gemmotherapy”, Emryss Publishers (2013)

[Sluimer]

Judith C. Sluimer et al., “Hypoxia, Hypoxia-Inducible Transcription Factor, and Macrophages in Human Atherosclerotic Plaques Are Correlated With Intraplaque Angiogenesis”, JACC 51(13), 2008, 1258-1265, doi:10.1016/j.jacc.2007.12.025

[Tetau]

Max Tétau, “Gemmoterapia – Nuovi studi clinici”, Nuova Ipsa (2001)

[Walmsley]

Sarah R. Walmsley et al., “Hypoxia-induced neutrophil survival is mediated by HIF-1α-dependent NF-κB activity”, JEM, 201(1), 2005, 105–115; doi: 10.1084/jem.20040624

[Wikipedia]

http://*.wikipedia.org

[Winer]

Winer et al., “B Lymphocytes Promote Insulin Resistance through Modulation of T Lymphocytes and Production of Pathogenic IgG Antibody”, Nat Med. 2011 May; 17(5): 610–617

 

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Il guado (Isatis tinctoria L.) – pianta conosciutissima e misconosciuta

Omnes vero se Britanni vitro[1] inficiunt, quod caeruleum efficit colorem, atque hoc horridiores sunt in pugna aspectu; capilloque sunt promisso atque omni parte corporis rasa praeter caput et labrum superius.

Tutti i Britanni poi si tingono col guado1, che produce un colore ceruleo, e per questo in battaglia sono più terrificanti di aspetto; e sono di capigliatura allungata e con ogni parte del corpo rasata tranne la testa e il labbro superiore.

– “De Bello Gallico” V, 14, Gaio Giulio Cesare

Guado in fiore

Il guado o glasto (nome scientifico Isatis tinctoria L.) è una pianta tintoria biennale che appartiene alla famiglia delle Brassicaceae. Ormai quasi completamente dimenticata, essendo stata soppiantata da tempo dai coloranti sintetici, per molto tempo è stata una delle piante tintorie più importanti in Europa, in quanto l’unica fonte allora conosciuta di un colorante blu particolarmente brillante, stabile e, soprattutto, ricercato: il guado, appunto (o pastel, in francese), chiamato talvolta oggi impropriamente indaco.

I primi resti archeologici di semi di guado risalgono al Neolitico (ossia a più di 12.000 anni fa) e sono stati ritrovati nella grotta francese de l’Audoste, nel dipartimento di Bouches-du-Rhône, nella Francia meridionale.

Il guado era conosciuto ed usato come pianta tintoria anche dagli antichi Egizi e dai Celti. I Pitti, tribù celtica del nord della Gran Bretagna, e gli Iceni dell’Inghilterra orientale (East Anglia) si dipingevano con il guado prima delle battaglie.

Insieme alla robbia (o garanza, Rubia tinctorum L.) che forniva il rosso e alla guaderella (o erba guada, Reseda luteola L.) che forniva il giallo, è stato uno dei coloranti più importanti dell’Europa medievale. Durante il Medioevo, esistevano diversi centri di coltivazione in Inghilterra, Germania, Italia e Francia [Wikipedia].

In Francia, particolarmente produttivo è stato il triangolo tra Tolosa, Albi e Carcassonne, in Linguadoca: la produzione del “bleu pastel”, così ricercato nella pittura e nell’industria tessile, rese questa zona, passata alla storia come il “paese di Cuccagna” (da cocagne, il nome francese dato al panetto di guado così come veniva commercializzato), una delle più ricche d’Europa ai tempi [Balfour-Paul, Wikipedia].

Usato per colorare i tessuti dei primi blue jeans, è stato progressivamente sostituito dall’indaco (o “vero indaco”, Indigofera tinctoria L.) prima e dall’indaco sintetico poi.

Per altre informazioni sulla storia del guado, si rimanda all’articolo http://www.bmagazine.it/il-paese-della-cuccagna-e-quello-che-conosce-il-valore-delle-piante/ .

Come si ottiene il guado

La molecola responsabile del colore dell’indaco non si trova già formata nella pianta. Piuttosto la pianta contiene alcuni precursori (due glucosidi dell’indossile: l’indacano, principalmente presente nell’Indigofera tinctoria, e l’isatano B, principalmente presente nel guado) che attraverso un processo di fermentazione prima e di ossidazione poi producono la molecola colorata (oggi chiamata indaco o talvolta, impropriamente, indigotina).

Secondo la tradizione, durante l’estate (tipicamente nei mesi di luglio e agosto) le foglie venivano raccolte recidendole alla base e, dopo averne eliminato il gambo, venivano tagliate e macinate (anticamente esistevano delle apposite macine da guado). La poltiglia ottenuta veniva modellata in palle di circa 10 cm di diametro e messe su graticci ad asciugare per circa 4 settimane.

Le palle così essiccate potevano essere conservate indefinitamente, ma prima di essere usate, solitamente venivano nuovamente trattate in modo da aumentare la concentrazione di pigmento. A tal fine, le palle venivano sbriciolate e disposte a formare dei cumuli che venivano poi bagnati con acqua e fatti fermentare. Il processo di fermentazione produceva un evidente aumento della temperatura e l’emissione di un odore terribile, simile a quello delle uova marce o del cavolo andato a male, a causa della formazione di particolari molecole volatili, tra cui il solfuro di metile [TDLiz]. Alla fine della fermentazione, che durava circa un paio di settimane, la massa si raffreddava spontaneamente. La pasta di guado risultante, dall’aspetto di una specie di pece scura, veniva essiccata e ridotta in polvere (couched woad) per la conservazione. Tale polvere conteneva circa 20 volte la quantità di indaco contenuta nelle foglie fresche (sotto forma di precursore).

Siccome l’indaco è insolubile, non riesce così com’è ad impregnare i tessuti e, pertanto, per poter essere usato come tintura, doveva in qualche modo essere solubilizzato. A tal fine, la polvere ricca di pigmento veniva posta in grandi vasche (i tini, appunto) e ricoperta di acqua calda, in presenza di una sostanza alcalina, come cenere di legna o urina, dopodiché veniva fatta rifermentare per altri 2 o 3 giorni, mantenendo la temperatura costantemente intorno ai 50°C. Tale rifermentazione in ambiente alcalino consentiva di trasformare l’indaco nella sua forma ridotta, detta leucoindaco o forma leuco dell’indaco, che, essendo solubile, riusciva ad impregnare le stoffe. Tali stoffe, lasciate ad asciugare all’aria, dopo un po’ di tempo si coloravano spontaneamente in blu a causa dell’ossidazione del leucoindaco a indaco da parte dell’ossigeno dell’aria ([Hartl, Padden, TDLiz]). È caratteristico il viraggio di colore dei tessuti che, da verdi quali sono dopo essere stati estratti dai tini, diventano blu un po’ alla volta a seguito dell’esposizione all’aria.

Oggi, per solubilizzare l’indaco nei tini non lo si fa rifermentare ma lo si tratta a caldo con una soluzione contenente soda caustica e una sostanza chimica riducente, solitamente ditionito di sodio.

A causa della particolare tecnica usata, l’indaco è classificato tra i coloranti “al tino”. I tessuti tinti in questo modo tendono ad essere decisamente brillanti e a non scolorire come accade, invece, con altri coloranti.

Il guado in medicina

Nella medicina cinese (MTC) la sua radice (Ban lan gen) e le sue foglie (Da qing ye) sono considerate le erbe antivirali in assoluto più efficaci [Chineseherbinfo].

Secondo la MTC, il guado è indicato in tutte le malattie febbrili anche di natura epidemica, per i gonfiori “caldi” (es., mal di gola con gonfiore), nell’itterizia e come rimedio (efficace) contro le infezioni virali: morbillo, parotite, encefalite B, epatite A, B e C, … La radice viene usata in tisana estemporanea per il trattamento del mal di gola e dell’epatite e per via topica nelle lesioni da herpes labiale [Chineseherbinfo, AmDragon].

Le foglie sono solitamente usate più in caso di eruzioni da Calore tossico (es., morbillo), mentre la radice è più usata in caso di disordini febbrili che colpiscono la testa e in caso di ostruzioni alla gola (es., parotite).

Anche i medici nostrani conoscevano le proprietà del guado. Dice, infatti, il Mattioli, medico italiano del XVI secolo:

Le frondi impiastrate risoluono tutte le posteme[2], saldano le ferite fresche, ristagnano i flussi del sangue, guariscono il fuoco sacro, l’vlcere che mangiano, le putride, & quelle che van serpendo per il corpo. [Il glasto saluatico] beuuto, & impiastrato gioua a difetti della milza.” [Mattioli]

È degno di nota il fatto che anche il Mattioli riconosce l’efficacia del guado (da lui chiamata isatide o glasto) come antivirale, indicandola specificamente in caso di fuoco sacro (o Herpes zoster).

Più descrittivo è Culpeper, medico e astrologo inglese del XVII secolo:

Governo e virtù. È una pianta saturnina fredda e secca. […] L’erba è così secca e costrettiva da non essere adatta per uso interno. Un unguento preparato con essa ferma i sanguinamenti. Un impiastro fatto con essa e applicato sulla regione della milza localizzata sul lato sinistro elimina le durezze e i dolori di essa [milza]. L’unguento è eccellente per le ulcere che abbondano di umidità e [ne] rimuove gli umori corrosivi ed irritanti. Raffredda le infiammazioni. Spegne il Fuoco di Sant’Antonio e stagna i flussi di sangue in qualunque parte del corpo. […] Le sommità della pianta possiedono [efficacia terapeutica] nella massima perfezione e una infusione di queste è il miglior modo di somministrarle. Ciò opera attraverso l’urina ed è eccellente contro le ostruzioni del fegato e della milza, ma il suo uso deve essere continuato per parecchio tempo.” [Culpeper]

È da notare che Culpeper ne sconsiglia l’uso interno a causa della eccessiva capacità disseccante, salvo poi consigliarne il decotto delle sommità come “il miglior modo di somministrarle”. In MTC la pianta è stata adoperata per uso interno per secoli.

Il “governo” saturnino della pianta è in riferimento alle attività di questa: essendo secca e fredda (come Saturno), riesce a risolvere le patologie “contrarie”, ossia calde e/o umide: febbri, perdite fluide di ogni tipo (sanguinamenti compresi), ulcerazioni soprattutto se infiammate e secernenti, ascessi e raccolte purulente, ecc.

Riferimenti

[AmDragon] http://www.americandragon.com/Individualherbsupdate/DaQingYe.html, http://www.americandragon.com/Individualherbsupdate/BanLanGen.html

[Balfour-Paul] Jenny Balfour-Paul, “Indigo: From Mummies to Blue Jeans”, British Museum Press

[Chineseherbinfo] http://chineseherbinfo.com/ban-lan-gen-isatis-root-or-baphicacanthus/

[Culpeper] Nicholas Culpeper, “Complete herbal” (1653)

[Giulio Cesare] Gaio Giulio Cesare, “De Bello Gallico”, V, 14

[Hartl] Hartl et al., Searching for blue: Experiments with woad fermentation vats and an explanation of the colours through dye analysis, Journal of Archaeological Science: Reports 2 (2015) 9–39

[Mattioli]    Pietro Andrea Mattioli, “Discorsi di M. Pietro Andrea Mattioli sanese, medico cesareo, ne’ sei libri di Pedacio Dioscoride Anazarbeo della materia Medicinale” (1746)

[Padden] Padden et al., An indigo-reducing moderate thermophile from a woad vat, Clostridium isatidis sp. nov, lnternational Journal of Systematic Bacteriology (1 999), 49, 1025-1031

[TDLiz] http://www.tapdancinglizard.com/findingblue/index.html

[Wikipedia] http://en.wikipedia.org e http://it.wikipedia.org


[1] La parola “vitrum” significa principalmente “vetro”, ma era anche utilizzata colloquialmente per indicare il guado.

[2] Ascessi.

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Latte struccante (viso o contorno occhi)

I prodotti per l’eliminazione del trucco che si trovano in commercio hanno il grosso vantaggio di essere già pronti all’uso: basta acquistarli e… usarli! Purtroppo, però, tali prodotti solitamente sono realizzati (almeno in buona parte) con sostanze chimiche sintetiche che, se da una parte garantiscono dei vantaggi (come basso costo di produzione, perfetto controllo delle caratteristiche quali texture, playing time, presenza o assenza di “scia bianca”, colore, tenuta, ecc.), dall’altra parte non sono completamente salutari per la nostra pelle.

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A simple cleanser (for face or eye contour)

The commercial cleansers have the huge advantage of being ready to use: you only need to buy and use them! Unfortunately, though, such products are usually made (at least largely) with synthetic chemical substances, which ensure some advantages (like a low production cost, a perfect control upon features like texture, playing time, white film formation or prevention, color, persistence, etc.) on one side, but that, on the other side, are not completely healthy for our skins.

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St. John’s harvesting – Salvia sclarea L. and Hypericum perforatum L.

Salvia sclarea L. – in full bloom

St. John’s day, this year a flower day (the Moon is in Aquarius): perfect for the harvesting of the flowering tops of the plants that are in bloom now. In particular, the majestic and strongly-scented Clary Sage and the King of these days, St. John’s wort.

A St. John’s wort field

Clary Sage was reputed able to strengthen both the physical and the “inner” vision, so that in Italian it was called “occhio chiaro” (“clear eye”). The mucilage contained in its seeds was employed to remove foreign particles from the eyes. Its strong and intoxicating odor makes it an euphorizing herb.
St. John’s wort was known in the past for being able to drive out demons. Nowaday, we know that it is endowed with a good antidepressant action, and also  a regenerating and anti-inflammatory action on the nervous tissues (it can be used in case of neuralgia and neuritis).

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Raccolta di San Giovanni – Salvia sclarea L. e Hypericum perforatum L.

Salvia sclarea L. – in piena fioritura

San Giovanni, quest’anno giorno di fiori (la Luna è in acquario): perfetta per la raccolta delle sommità fiorite delle piante tipiche di questo periodo. In particolare, la maestosa e profumatissima salvia sclarea o salvia moscatella e il re di questa giornata, l’iperico (o erba di San Giovanni).

Campo di iperico

La salvia sclarea è tradizionalmente ritenuta pianta in grado di rafforzare la vista, sia quella fisica sia quella “interiore”, tanto da essere chiamata anche “occhio chiaro” (la mucillagine dei suoi semi era usata per rimuovere corpuscoli estranei dall’occhio). Il suo profumo intenso ed inebriante le è valsa di fama di pianta euforizzante.
L’iperico era nota in passato per la sua capacità di scacciare i demoni, tanto da essere conosciuta anche come “scacciadiavoli”. Oggi sappiamo che è una pianta dotata di buone capacità antidepressive ma anche rigeneranti e disinfiammanti del tessuto nervoso (può essere usata in caso di nevralgie e nevriti).

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Field poppy – Papaver rhoeas (and similar species)

Cold in the 4.th degree and moderately moist, the field poppy is cooling, facilitates sleeping, softens the stools, relieves coughing, is choleretic, stimulates the expulsion of Yellow Bile and of any excess of liver heat, possibly compensating overheated Yellow Bile [Giannelli].

 

Sources

[Giannelli] Luigi Giannelli, “Medicina Tradizionale Mediterranea”, Ed. Tecniche Nuove

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Papavero comune – Papaver rhoeas (e simili)

Freddo nel 4° grado e moderatamente umido, il papavero comune è rinfrescante, facilita il sonno, ammorbidisce l’alvo, ha azione bechica (seda la tosse) e coleretica, favorisce l’espulsione della Bile gialla e dell’eccesso di Calore epatico, eventualmente compensando la Bile gialla surriscaldata [Giannelli].

 

Riferimenti

[Giannelli] Luigi Giannelli, “Medicina Tradizionale Mediterranea”, Ed. Tecniche Nuove

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