Il “Senso” delle Piante

Silenzio…

Sono nel mio corpo, avvolto dall’involucro sottile e fortissimo, confortevole, della mia pelle, conscio del mio stesso essere qui ed ora. Percepisco il silenzio che è fuori e dentro di me, un silenzio che non è mancanza di suoni ma è attenzione, consapevolezza, presenza… Sento i battiti del mio cuore, il suono lento e ritmato del mio respiro, dell’aria che entra in me e che esce; percepisco il canto degli uccelli e il brusio degli insetti, il fruscio del vento e i rumori ovattati in lontananza.

 

Presenza…

I miei piedi sono a contatto con la Terra, la solida e accogliente Terra che mi sostiene, umida, brulicante di vita in tutte le sue forme e dimensioni. E avverto e accolgo la presenza, intorno a me, di tanti esseri che condividono il mio stesso posto su questa Terra, Madre di tanti. E avverto la presenza indistinta e in perenne, caotico movimento dei batteri invisibili, dei funghi microscopici, degli insetti minuscoli e grandi che instancabili portano avanti il loro lavoro tessendo relazioni: relazioni tra i fiori che, tramite il polline, si toccano e si fecondano a distanza, perpetuando e rinnovando il miracolo della vita nel mondo vegetale; relazioni tra gli stessi insetti, che condividono i medesimi  luoghi contemporaneamente in competizione e collaborazione, rendendo in ogni istante attuale il dinamico equilibrio della compresenza. Avverto la presenza fraterna e rassicurante delle erbe e degli alberi, silenziose creature compagne che con la loro stessa esistenza rendono la Terra abitabile a noi Uomini e agli Animali: ne preparano l’aria e la rendono sempre nuovamente respirabile, asportando la parte esausta del nostro respiro e trasformandola in alimento; trattengono l’acqua e la vaporizzano perché sia il suolo sia l’aria possano brulicare di vita; sono nostro alimento e medicina da tempo immemore.

 

Consapevolezza…

Sono consapevole del mio stesso essere, presente in questo luogo e in questo tempo.  Percepisco tutto ciò che sono: il mio presente e il mio passato; la mia unicità e il mio essere il punto di arrivo delle innumerevoli generazioni che mi hanno preceduto; la leggerezza delle gioie esperite e il peso di ogni dolore provato. Rendo presente alla mia memoria tutte le perdite che ho subito e tutto ciò che ho conquistato. Sento ogni mia ferita e ne avverto ogni pulsazione.

E sono consapevole di essere parte di un intreccio di relazioni, tra creature e luoghi, che è più grande di me e mi contiene. Sono tessera di un mosaico di bellezza indicibile e stupefacente complessità. Non sono solo e non posso esistere se non come parte di una realtà che mi trascende e mi comprende.

 

Le piante sono alimento e medicina per l’Uomo fin dalla sua comparsa sulla Terra: senza le piante l’Uomo non avrebbe neppure la possibilità di abitare questo pianeta, in quanto incapace, da solo, di prodursi l’ossigeno necessario alla respirazione o le molecole fondamentali per la sua sussistenza. I nostri stessi corpi sanno “nel profondo” cosa sono le piante, nei nostri geni sono codificate le istruzioni per metabolizzare le molecole prodotte dalle piante e usarle per produrre energia o per modulare le nostre stesse attività organiche.

Oggi possediamo un corpus di informazioni, relativamente al mondo vegetale, che ci è stato tramandato dai nostri Antenati, i quali, per primi, hanno scoperto l’utilità di ciascuna singola pianta e ce ne hanno trasmesso notizia. La tecnologia e la scienza attuali hanno messo a nostra disposizione strumenti sofisticati che ci consentono di analizzare la composizione di ciascuna specie vegetale e di definirne le proprietà in termini di sostanze e associazioni di sostanze (cioè di quello che noi oggi chiamiamo fitocomplesso), ma l’uomo primitivo come ha fatto a scoprire le proprietà delle piante?

Nella visione dell’odierna scienza, l’uomo “delle caverne” avrebbe appreso quali piante sono commestibili e quali possiedono capacità terapeutiche utilizzando un approccio che oggi definiremmo “trial and error”, ossia provando e riprovando, probabilmente finendo spesso intossicato o addirittura avvelenato. I superstiti di questo straziante processo sarebbero stati in grado di accumulare un insieme di informazioni sufficientemente completo e strutturato, tanto da poterlo finanche tramandare ai posteri. Generazioni successive, nel corso di milioni di anni, avrebbero aggiunto altre informazioni e completato e affinato questo corpus di base, fino a farlo giungere a quella che è la odierna conoscenza delle piante.

Immaginate un uomo che si ferisce in una foresta, semmai durante un combattimento con un animale, e che, mentre sanguina, in qualche modo intuisce (eh già: come avrebbe potuto già saperlo?) che, da qualche parte, deve esistere una qualche pianta che possa aiutarlo a non morire dissanguato. Allora va in giro per la foresta provando prima una pianta, poi un’altra, ma scopre che né la prima né la seconda hanno effetto, anzi semmai una di queste, tossica o addirittura mortalmente velenosa, contribuisce ad aggravare la situazione. Gli eventuali testimoni, possibilmente unici superstiti di questa sfortunata vicenda, imparano che le piante provate non servono allo scopo… Però poi ogni tanto capita che un uomo o una donna particolarmente fortunati (o forse, sarebbe meglio dire, miracolosamente fortunati, data la probabilità estremamente bassa di evenienza di una tale condizione) riescono a beccare quella pianta che ha la capacità giusta (immaginate un’achillea) e allora imparano che proprio quella pianta, e non un’altra, serve a quello scopo ben preciso. Peccato che poi riconoscerla tra le migliaia di altre specie vegetali presenti nello stesso posto in cui vivono non sia proprio una cosa agevole, come ben sanno tutti coloro che, senza avere le necessarie conoscenze botaniche (che certamente all’epoca non esistevano!), abbiano provato a distinguere una pianta da un’altra.

C’è però un problema: come mette in evidenza l’antropologo tedesco Wolf D. Storl nel suo “The Herbal Lore of Wise Women and Wortcunners – The Healing Power of Medicinal Plants”, l’approccio trial and error fa parte della mentalità dell’uomo contemporaneo e non esisteva affatto a quei tempi.

Se volgiamo il nostro pensiero dall’uomo agli animali, non abbiamo alcun problema ad accettare l’idea che questi ultimi possano sapere “per istinto” (come diremmo oggi), almeno a grandi linee, quali piante possano essere usate come cibo e quali invece siano utili per risolvere taluni problemi, senza la necessità di imparare a conoscerle per tentativi successivi.

Le narrazioni storico-mitologiche che descrivono l’origine di quasi tutte le tradizioni medico-erboristiche hanno un elemento comune: la conoscenza delle piante “arriva” all’uomo per vie che sono assolutamente non analitiche, spesso addirittura magiche. Così nell’Ayurveda si afferma che le proprietà delle piante, all’alba dei tempi, siano state viste dai rishi, veggenti capaci di guardare in profondità, oltre l’apparenza delle cose, e solo successivamente tramandate; in altre tradizioni, la conoscenza dell’erba giusta per curare un malanno arriva in sogno o in stato di trance. Nei contesti sciamanici, non è insolito imbattersi nell’idea che siano le erbe in prima persona a comunicare i loro effetti: “le piante ce l’hanno detto” (“the plants told us”, v. ad esempio Jeremy Narby, nel suo “The Cosmic Serpent”).

Senza voler ovviamente mettere in discussione la validità dei moderni metodi analitici rispetto alla determinazione dei principi attivi contenuti nelle piante, rimane tuttavia sensato chiederci: come ha fatto davvero l’Uomo degli esordi a conoscere le proprietà delle piante? O, in altri termini, è davvero possibile apprendere tali proprietà direttamente dalle piante?

 

In alcune comunità c’erano dei cosiddetti sensitivi che non apprendevano le virtù delle piante in sogno ma che avevano la capacità di avvertire una sensazione da qualche parte nel corpo quando erano vicini ad una pianta. Questo formicolio veniva considerato un’indicazione che la pianta potesse essere usata come medicina per quella parte del corpo.” – Wolf. D. Storl (antropologo), “The Herbal Lore of Wise Women and Wortcunners” (2012)

 

Le medicine prodotte dalle case farmaceutiche sono estremamente semplici nella loro azione, in quanto costituite per lo più soltanto da una o poche molecole attive (i cosiddetti principi attivi), eventualmente accompagnate da altre sostanze (eccipienti) che hanno la finalità esclusiva di permettere o ottimizzare la veicolazione delle prime.

Le piante, invece, sono caratterizzate da una notevole complessità di composizione, in quanto contengono un numero enorme di sostanze, tutte più o meno dotate di un qualche effetto sulla fisiologia umana. Per tale motivo, infatti, più che parlare di principi attivi, nel caso delle piante si preferisce parlare di fitocomplesso: con tale termine ci si riferisce all’insieme di tutte le sostanze contenute in ciascuna droga vegetale e che insieme agiscono sull’organismo umano. Tale complessità costituzionale si riflette ovviamente in una complessità d’azione, una sinergia: le piante, infatti, tipicamente non agiscono su un solo tipo di problema ma su tutta una serie di “sindromi” (ossia, quadri sintomatici) anche non necessariamente correlate (almeno in apparenza) tra loro e addirittura spesso la loro assunzione produce effetti diversi su individui diversi. La loro azione, inoltre, frequentemente si esplica non solo sul piano fisico ma anche su quello mentale o emozionale, “complicando” ancor più la già intricata situazione.

Vista la complessità dei loro effetti, talvolta si usa parlare di personalità delle piante: tutto il quadro d’azione di un’erba, definito dall’insieme dei suoi effetti sul piano fisico e mentale/emozionale, messo semmai in relazione alla tipologia di persona su cui tali effetti risultano tipicamente più marcati, può essere descritto alla stregua di un personaggio, definito nei suoi tratti fisici, caratteriali e psico-emozionali e nelle sue tendenze fisio-patologiche.

La stessa complessità costituzionale e di azione di cui sopra impedisce ad un qualsivoglia approccio strettamente analitico di riuscire a comprendere e a “contenere” tutte le informazioni relative a qualunque droga vegetale. Nessuna analisi chimica sarà mai in grado di spiegare come funziona una pianta. Per quanto preciso possa essere il metodo di indagine e dettagliata la risoluzione degli strumenti, è davvero arduo riuscire a ricostruire tutto il profilo chimico di un qualsiasi individuo vegetale! In un’erba possiamo identificare le sostanze principali, i metaboliti primari e la maggior parte di quelli secondari, ma molto difficilmente riusciremo ad individuare le sostanze presenti in misura minore, che – tra l’altro – non è detto siano le meno importanti da un punto di vista funzionale (pensiamo agli enzimi o ai fitormoni, dei quali già quantità traccia sono sufficienti a produrre effetti importanti). E quand’anche ci riuscissimo, le informazioni così ottenute sarebbero comunque insufficienti. Qualunque metodo analitico, infatti, è soggetto a priori ad uno specifico bias: non può dare, in alcun modo, informazioni sull’azione di insieme di un’associazione complessa di molecole. E in un singolo individuo vegetale le molecole sono davvero tante.

È un po’ come cercare di descrivere il soggetto rappresentato in un quadro in termini delle tracce di colore disposte sulla tela: un po’ di verde qua, una pennellata di azzurro accanto… quando basterebbe dire, ad esempio, “Monna Lisa” per intendersi al volo!

Oppure, è come cercare di descrivere una persona in termini delle molecole che lo compongono: nessuno si sognerebbe di farlo! Eppure con le piante lo si fa (o, almeno, ci si prova)…

 

Conoscere una pianta dal solo punto di vista chimico è come conoscere una persona dai suoi costituenti o un quadro dalle singole tracce di pigmento: quello che si perde è lo “spirito”. Quanto più guardiamo un qualunque essere vivente in dettaglio fino al livello biochimico tanto più perdiamo il “senso” complessivo dell’essere a cui stiamo guardando.

 

I nostri Antichi, meno tecnologicamente evoluti di noi ma probabilmente più saggi, hanno cercato di gestire la complessità delle piante ricorrendo ad uno stratagemma: fattorizzandola. In altri termini, hanno cercato di suddividere tale complessità in termini più semplici e facilmente comprensibili ed esperibili. Per questo motivo, ogni tradizione medico-erboristica che si rispetti ha adottato un suo peculiare set di concetti di base: la medicina ippocratico-galenica e quella Ayurvedica hanno fatto ricorso agli Elementi (quattro per la prima e cinque per la seconda), la medicina cinese ai Cinque Movimenti (wu xing); l’Ayurveda ha introdotto il triplice concetto di dosha (vata, pitta, kapha) e la medicina tradizionale del bacino del Mediterraneo ha fatto ricorso agli Umori (Bile, Sangue, Flemma, Melancolia) e alle Qualità (Caldo, Freddo, Secco, Umido). Alcune discipline hanno definito le proprietà delle piante in termini di entità astronomiche o astrologiche, come i Pianeti del Sistema Solare, la Luna e le sue posizioni, i segni dello Zodiaco. Tutta la medicina e, quindi, anche le azioni delle piante sono state descritte in termini di questi concetti “di base”.

Questo stratagemma ha consentito di semplificare notevolmente anche il processo di conoscenza delle piante. In alcune tradizioni, ad esempio, vengono collegate alcune caratteristiche esperibili (es., colore, odore, sapore) alle qualità “semplificate”: il piccante è tipico di piante che vengono definite “calde” e che vengono usare per riscaldare ciò che è freddo; il mucillaginoso (sensazione, più che reale sapore, collegata alla presenza di polisaccaridi che “trattengono” acqua) è tipico di piante che vengono definite “umide” e che vengono utilizzate per trattare condizioni di secchezza o per “migliorare” la qualità della Flemma e così via…

Recentemente sono stati scritti diversi libri a proposito dei possibili approcci alla conoscenza diretta delle piante; alcuni di questi sono più legati a concezioni “energetiche” o simil-magiche dell’erboristeria e fanno ricorso a tecniche di sapore più esoterico (esotericheggiante sarebbe un termine più appropriato, ma probabilmente non esiste!), altri hanno un taglio più tecnico e propongono un approccio più pragmatico.

In ogni caso, è possibile identificare alcuni elementi di base, comuni a tutte le tecniche, che sono essenziali per un approccio corretto alla conoscenza diretta delle piante.

 

Silenzio – Fare Spazio

Un prerequisito essenziale consiste nella creazione di una condizione di silenzio e di ascolto, uno spazio di ricettività, che consenta di mettere a tacere tutte le voci interiori (comprese le conoscenze pregresse) per far spazio, appunto, a qualunque nuova informazione. È uno step essenziale: se lo ignoriamo non possiamo andare oltre. È come quando ci si prepara ad ascoltare un brano musicale: se non facciamo silenzio e non ci poniamo in ascolto non riusciremo a coglierne i diversi passaggi.

L’atto stesso di metterci in silenzio, in ascolto ci trasporta in una sorta di territorio interiore, fatto di percezioni, di sensazioni fisiche ed emozionali, di qualità esperite, di immagini e di simboli. Ciò che le piante hanno da comunicarci, per così dire, si proietta in questo spazio. Per tale motivo è importante che, in principio, ci disponiamo a conoscere tale territorio, in modo da poterne tracciare una mappa, da riuscire a riconoscere ciò che è nostro e ciò che non lo è, da sentire qualunque impressione nuova sorga in noi in ogni dato istante.

Per far ciò, dobbiamo imparare a riscoprire i nostri sensi e diventare capaci di accettare tutto ciò che percepiamo: le sensazioni belle e quelle brutte, i “posti” in cui stiamo bene e i nostri dolori, il peso delle nostre esperienze, le nostre ferite. Soltanto dopo che saremo diventati capaci di percepire noi stessi potremo riuscire a percepire quello che è esterno a noi.

 

L’Approccio – Frequentare la Pianta

Dopo esserci predisposti all’ascolto, il nostro obiettivo deve essere quello di avvicinarci alla pianta e di “frequentarla”, in modo da riuscire a conoscerla quanto più a fondo possibile. In questo momento, tutto ciò che ci consente di avere informazioni sulla pianta ha una sua utilità.

È possibile (ed importante) studiarla dal punto di vista botanico ed eventualmente fitosociologico, ma è fondamentale cercare di reperire quante più informazioni è possibile sulle sue proprietà, ricorrendo sia a fonti scritte sia eventualmente a persone che già la conoscono e la usano. Possiamo studiare i testi antichi e quelli moderni, testi di medicina cinese, ayurvedica, mediterranea, antroposofica, omeopatica, gli studi scientifici: quanto più riusciamo a reperire, tanto più riusciamo a farci un quadro completo delle proprietà della pianta.

Tutto questo ci serve a conoscere la pianta da un punto di vista mentale, ma, oltre a ciò, è fondamentale cercare di passare del tempo con la pianta che stiamo studiando: osservarla, possibilmente nel suo ambiente naturale; studiarne da vicino il ciclo di vita (in quale periodo dell’anno nasce, quando e come fiorisce, come si riproduce, quali e quanti insetti attrae o respinge, quanto a lungo vive); notare i colori, le forme e gli odori che la caratterizzano… Possiamo provare a disegnarla dal vivo o riproducendola a memoria. Possiamo portare sempre con noi un pezzetto della pianta o tenerla di notte sotto al cuscino.

Apriamoci, in questa fase, a ricevere qualunque impressione “interiore” la vicinanza con la pianta faccia nascere in noi: il semplice contatto con essa o l’odore che da essa emana, ad esempio, possono comunicarci più di quanto possiamo immaginare.

Se la pianta non è tossica possiamo assaggiarla: i sapori che riusciamo a percepire costituiscono una fonte preziosissima di informazioni relativa alle qualità della pianta (o a quella che viene chiamata la sua natura). È una pianta calda (o che riscalda), fresca, amara, dolce, salata, mucillaginosa, astringente, acre, pungente, …? Quali reazioni fisiche e mentali/emozionali suscita in noi quando la assaggiamo?

Possiamo decidere di masticarne un pezzetto ogni tanto, di prepararne una tisana da bere per una intera settimana o una tintura da assumere due o tre volte al giorno: in questo modo, possiamo sperimentare su noi stessi, in prima persona, quali sono gli effetti che produce nel nostro corpo e/o sulla nostra psiche.

È fondamentale, soprattutto in questa fase, essere assolutamente certi della corretta determinazione botanica della pianta e conoscerne perfettamente eventuali effetti tossici: una pianta innocua può essere assaggiata senza alcun timore, ma portarne alla bocca una decisamente tossica o addirittura velenosa è decisamente da evitare. Ricordiamo che alcune piante (ad esempio, l’aconito) sono talmente tossiche da richiedere cautela anche nel semplice maneggiarle.

Se una pianta ha una certa tossicità che non ci consente di portarla alla bocca (ma che non è tanto elevata da produrre fastidi anche con il solo contatto) o più semplicemente ha un sapore decisamente brutto che vogliamo evitare, possiamo pensare di metterne un piccolo pezzo nell’acqua della vasca da bagno: un fiore di stramonio o di mandragora appoggiato sull’acqua calda nella quale ci immergiamo di certo non ci arrecherà danno, ma ci consentirà comunque di vivere una importante esperienza di relazione. Un’altra possibilità è quella di produrne una diluizione omeopatica e di ingerire questa: è una strada praticabile che però richiede un po’ di esperienza in più.

 

Insight – la Conoscenza

C’è una differenza fondamentale tra lo studiare una pianta e conoscerla: il primo è un atto puramente mentale che ci consente di acquisire informazioni più o meno strutturate rispetto all’oggetto della nostra attenzione; la seconda è una condizione, il risultato di un processo ben più articolato e profondo che ci consente di “sapere” molte più cose. È un po’ come la differenza che c’è tra il farsi raccontare com’è fatta una persona e conoscerla dal vivo.

Nei due momenti precedenti, ogni atto che compiamo ha il compito di contribuire a far nascere dentro di noi, nel nostro territorio interiore, un’immagine, una rappresentazione della pianta. Tale immagine non sarà costituita solo da parole o da concetti mentali, ma sarà fatta anche e soprattutto di immagini correlate, di sensazioni fisiche ed interiori, di relazioni conosciute e di impressioni ricevute, di “impronte” presenti in qualche modo dentro di noi.

A un certo punto del processo di conoscenza, succede una cosa particolare: è come se l’immagine interiore della pianta fino a quel punto soltanto abbozzata improvvisamente si trasformasse in un’immagine vivida, precisa, particolareggiata; è come se la pianta “prendesse vita” nel nostro spazio interiore. Questa è conoscenza “percepita”, che nasce da un vero e proprio insight, un evento, cioè, che inizia a farci vedere da dentro (di noi) la pianta nella sua completezza.

È come se, tutto ad un tratto, iniziassimo ad afferrare i comportamenti, i movimenti della pianta e a coglierne l’essenza (la personalità). È in questo momento, e solo in questo momento, che davvero iniziamo a conoscere la pianta (di una conoscenza sentita, non soltanto mentale) e cominciamo a sapere quasi istintivamente come usarla, riuscendo finanche a percepire a priori gli effetti che può esercitare su una qualunque persona dotata di specifiche caratteristiche e tendenze fisio-patologiche. Probabilmente a questo punto iniziamo anche a renderci conto di quante stupidaggini sono state scritte e dette sul conto della pianta.

Con il tempo e l’esercizio, ognuno di noi riesce a trovare la propria tecnica, che diventa sempre più affinata e veloce. Con il tempo e l’esercizio, diventa sempre più chiara e dettagliata anche quella mappa del nostro territorio interiore che ci permette di orientarci e di capire a che punto siamo del nostro percorso di conoscenza e di discernere ciò che viene da noi e dalla nostra fantasia piuttosto che dalla reale interazione con la pianta.

 

Qual è la parte più difficile?  Quella che sembra la più facile:  vedere con i tuoi occhi ciò che giace davanti ai tuoi occhi.  – Goethe

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2 risposte a “Il “Senso” delle Piante”

  1. Pierluigi, tutto molto interessante.
    Ci voleva!
    Penso che sarebbe anche importante parlarne in presenza, laddove possibile.
    Una bella presentazione del tuo lavoro in libreria?
    Hai pensato anche ad una versione cartacea?
    Intanto buona continuazione e ancora complimenti!

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