Il Simbolo del Pavone

Pavone – by Lubomir Mihalik – Imported from 500px (archived version) by the Archive Team. (detail page), CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=71463782

 

Il Pavone (Pavo cristatus Linnaeus) è un uccello appartenente alla famiglia dei fagiani (Fasianidi). Originario delle foreste dell’India, era noto anche ai Greci e ai Romani e questi ultimi lo allevavano sia per la sua bellezza che per la prelibatezza di carni e uova.

I maschi e le femmine hanno aspetto completamente differente (dimorfismo sessuale): i primi hanno un piumaggio dai colori molto vivaci; le seconde sono più piccole, meno appariscenti, con piume di colore bianco e bruno. I pavoni vivono per lo più a terra ma possono spiccare piccoli voli.

I pavoni sono onnivori e riescono anche a mangiare piccoli serpenti, tra cui i giovani cobra. Si dice che possano anche cibarsi di piante velenose senza esserne danneggiati, ma che, anzi, siano in grado di convertire il veleno ingerito in sostanze capaci di aumentare l’intensità e la brillantezza dei colori del piumaggio. Per tale motivo sono talvolta associati alla capacità di trasformare in bene il male e di cambiare in positivo gli eventi negativi.

Nella medicina tradizionale indiana, le piume di pavone sono usate, sotto forma di cenere o estratto acquoso, come rimedi contro i morsi dei serpenti velenosi (oltre per che il trattamento di problemi legati ai polmoni). Uno studio ha confermato la validità di questo uso tradizionale dimostrando che l’estratto acquoso delle piume è un potente agente capace di neutralizzare i veleni di alcuni rettili (Naja naja, Vipera russelii, Trimeresurus malabaricus). Tale estratto ha una concentrazione importante di ioni di elementi metallici, di cui il più abbondante è il ferro e il meno abbondante l’oro. [Murari]

Questo uccello è spesso associato alla boria, alla vanità e al “mettersi in mostra” (pavoneggiarsi); in realtà, tale associazione sembra essere piuttosto recente perché, invece, nelle tradizioni antiche di tutto il mondo occupa un posto di tutto rispetto. La coda che si apre a ventaglio mostrando una miriade di colori scintillanti, richiamando la forma e la lucentezza del sole; gli innumerevoli (cento, secondo la tradizione) “occhi” di cui la coda è dotata e che sembrano ricordare le stelle del cielo; la bellezza policroma della sua livrea e la “stranezza” del suo canto hanno, infatti, reso il pavone un uccello mitologico presente nelle leggende di tutto il mondo.

I colori del pavone

Recentemente è stato scoperto che lo spettacolare cromatismo della livrea del pavone non è dovuto alla presenza di una palette variegata di pigmenti diversi, ma piuttosto ad una sola sostanza colorante, la melanina[1], e alla struttura fine delle piume (vengono, infatti, definiti colori strutturali). Questa caratteristica è anche alla base della capacità da parte delle differenti parti del piumaggio di riflettere la luce in maniera diversa (ad esempio, la parte centrale degli “occhi” presenta la massima capacità riflettente rispetto alla luce UVA).

Ciascuna piuma ha una struttura ad albero, essendo costituita da uno stelo centrale con due file di barbe, una su ogni lato. Ogni barba, a sua volta, possiede, disposte su due lati, delle barbule di forma appiattita. Ciascuna barbula è costituita da un midollo centrale ricoperto da uno strato corticale.

Questo strato corticale è sempre costituito, indipendentemente dal colore della piuma, da una matrice proteica di cheratina all’interno della quale sono presenti bastoncini di melanina (detti anche melanosomi) e canalicoli pieni d’aria, disposti a formare un reticolo ordinato in 2D avente le proprietà di un cristallo fotonico.

Le differenze di arrangiamento e di orientamento dei melanosomi e dei canalicoli di aria all’interno del reticolo, nonché di orientamento delle barbule rispetto alle barbe, fanno variare il modo in cui la luce incidente viene riflessa, producendo le diverse sfumature di colore. [Freyer, Kang, Okazaki, Zi].

Le funzioni della cresta

Cresta del pavone

 

Sulla testa dei pavoni, sia nei maschi sia nelle femmine, è presente una cresta di piume rigide che fino a poco tempo fa si pensava fungesse esclusivamente da ornamento. In realtà, si è visto che tale cresta è un sensore capace di vibrare esattamente alla stessa frequenza (circa 26 Hz) alla quale il maschio fa vibrare la coda (un po’ come se fosse un sonaglio) quando la allarga.

In tal modo, quando il maschio scuote le piume, la cresta della femmina vibra per risonanza, permettendole così di “sentire” il maschio da lontano anche senza vederne la coda. [Kane]

Miti e tradizioni

Mitologia orientale

In India, il suo canto dopo il periodo della siccità annuncia l’arrivo dei monsoni e quindi la rinascita della natura [Tassani]. Nella mitologia induista, il pavone (mayura) è un simbolo sacro che appare in relazione a più divinità: Kama, il dio dell’amore, cavalca un pavone; ma questo uccello è anche associato a Saraswati, dea della conoscenza, della musica e della poesia, a Lakshmi, sposa di Vishnu e dea della prosperità, e a Skanda (noto anche come Kartikeya)[2], dio della guerra, il cui vettore è un pavone di nome Paravani. La corona di Krishna, chiamata mormukuta, è solitamente ornata con una piuma di pavone.

Sempre nella tradizione induista, il pavone, che si narra sia nato da una delle piume di Garuda, uccello mitologico vettore del dio Vishnu, è spesso rappresentato mentre uccide un serpente ed è considerato simbolo del tempo ciclico.

Nelle rappresentazioni persiane si ritrova spesso un motivo costituito da due pavoni posti simmetricamente ai due lati dell’Albero della Vita. Tale disegno rappresenta la dualità in genere (luce e buio, vita e morte) e, più specificamente, la natura duale dell’essere umano. Nella versione induista di questo simbolo un pavone mangia il frutto dell’albero mentre l’altro guarda l’albero, a simboleggiare gli opposti approcci alla vita, comportamentale e contemplativo.

Due pavoni ai lati dell’Albero della Vita (tratto da [Kang])

 

Il pavone è presente anche nel buddismo. Avalokiteśvara, il bodhisattva della grande compassione (noto come Guānyīn in cinese), è spesso rappresentato (o rappresentata, visto che le raffigurazioni cinesi dal XII secolo in poi sono tutte femminili) con un pavone o con piume di pavone [Kang]. Il colorato uccello è anche il vettore di Amitābha (o Amitāyus), il buddha rosso della Luce e della Vita Infinite[3] associato all’elemento Fuoco.

Mahamayuri, o Mahāmāyūrī Vidyārājñī, una divinità del Buddismo Mahayana, è un bodhisattva e una Regina della Saggezza, nonché una delle cinque divinità protettive del Pantheon buddista. Conosciuta anche come “Regina delle scienze segrete” e come “madrina del Buddha”, Mahamayuri, che viene rappresentata seduta su un pavone e con la luna come schienale, ha il potere di proteggere i suoi fedeli dall’avvelenamento, sia fisico sia spirituale. Il sutra di Mahamayuri (Mahāmāyūrī Vidyārājñī Sūtra) contiene formule magiche per trattare morsi di serpente, avvelenamenti, malattie. Secondo una leggenda, la dea pavone Mahamayuri fu partorita dal Fenghuang, capo degli esseri alati, un uccello della mitologia cinese che ha una certa corrispondenza con la figura della Fenice. [Kang, Wikipedia]

Anche la divinità buddista Xiwangmu, la Regina Madre dell’Occidente, dea della prosperità, della longevità e della beatitudine eterna, è talvolta raffigurata con un pavone (o con un Fenghuang) o con un copricapo di penne di pavone. [Cernuschi, Kang].

I fedeli dello Yazidismo (yazidi o yezidi) venerano Sette Angeli, emanazioni del Dio primordiale, di cui il primo e più importante è l’Angelo Pavone (Melek Ṭāʾūs), un angelo ribelle decaduto, ma che, essendo essenzialmente buono, si è redento dalla sua colpa ed è diventato un demiurgo creatore del cosmo. A causa del suo pentimento pianse, e le sue lacrime, deposte in settemila anni di pianto ininterrotto in sette anfore, hanno estinto le fiamme dell’inferno.[Wikipedia]

Mitologia occidentale

Anche nella mitologia occidentale il pavone occupa posizioni di rilievo. Plinio il Vecchio (Nat. Hist. 10, 43-45) ne decanta la bellezza e descrive la sua capacità di rinnovare annualmente le piume, analogamente a quanto succede alle piante in natura:

“43. Nunc de secundo genere dicamus, quod in duas dividitur species, oscines et alites. illarum generi cantus oris, his magnitudo differentiam dedit; itaque praecedent et ordine, omnesque reliquas in iis pavonum genus cum forma tum intellectu eius et gloria. gemmantes laudatus expandit colores, adverso maxime sole, quia sic fulgentius radiant. simul umbrae quosdam repercussus ceteris, qui et in opaco clarius micant, conchata quaerit cauda omnesque in acervum contrahit pinnarum quos spectari gaudet oculos.

44.Idem cauda annuis vicibus amissa cum foliis arborum, donec renascatur alia cum flore, pudibundus ac maerens quaerit latebram. vivit annis XXV. colores fundere incipit in trimatu. Ab auctoribus non gloriosum tantum animal hoc traditur, sed et malivolum, sicut anserem verecundum, quoniam has quoque quidam addiderunt notas in iis, haut probatas mihi.

45. Pavonem cibi gratia Romae primus occidit orator Hortensius aditiali cena sacerdotii. Saginare primus instituit circa novissimum piraticum bellum M. Aufidius Lurco exque eo quaestu reditus HS sexagena milia habuit.[4] [Plinio]

Nelle tradizioni greca e romana, il pavone è, insieme alla vacca, uno degli animali sacri a Hera/Giunone. Nelle sue Metamorfosi, Ovidio (Metamorfosi I, 588 e segg.), riprendendo (e rivisitando) una tradizione orale di origine greca, narra che un giorno Giove, al vedere la ninfa Io, figlia di Inaco, primo re di Argo e divinità fluviale, rimase colpito dalla sua bellezza e le dichiarò il suo amore. A questa richiesta, la ninfa iniziò a fuggire ma Giove, non volendo rinunciare a lei, fece sorgere una fitta nebbia che avvolse Io, riuscendo in tal modo a farla fermare e a “rapirle l’onore”.

Giunone, moglie di Giove, accortasi della strana coltre di nebbia (e conoscendo il suo sposo), intuì cosa stesse succedendo, si recò sulla terra e fece dissolvere le nebbie. Ma Giove, avendo previsto l’arrivo di Giunone, aveva già trasformato Io in una bellissima giovenca bianca. Il sotterfugio, però, non ingannò la dea che, una volta giunta al cospetto del suo sposo, fingendo di essere all’oscuro di tutto gli chiese di donarle l’animale.

Dapprima combattuto, Giove consegnò Io alla moglie, ma Giunone, temendo che Giove potesse rapire la giovenca, decise di affidarla alla custodia di Argo, gigante dai cento occhi (chiamato per questo dai greci Argo Panoptes, “Argo che vede tutto”). Questi occhi, posti tutti intorno al capo (o su tutto il corpo, a seconda delle versioni del mito), riposavano a turno, due alla volta (o cinquanta per volta), mentre gli altri stavano svegli, permettendo al gigante di montare la guardia ininterrottamente.

Io fu così costretta, durante il giorno, a nutrirsi di foglie di alberi ed erbe amare e ad abbeverarsi a fiumi fangosi, mentre di notte veniva legata ad una catena. Giove, sentendosi in colpa per aver condannato Io a un così crudele destino, chiese a Mercurio di uccidere Argo e liberare in tal modo la ninfa. Il dio alato, lasciato il suo leggendario copricapo e dismesse le ali, portando con sé solo la verga magica che infonde il sonno, si avvicinò ad Argo sotto le spoglie di un pastore e iniziò a suonare una melodia con uno strumento fatto di canne. Argo, affascinato da quel suono insolito, pregò il pastore di rimanere a pascolare le sue capre presso di lui.

Mercurio, a quel punto, si sedette al fianco del gigante e iniziò a suonare tentando di indurlo al sonno. Ma Argo, che riposava solo con una parte dei suoi occhi, non si addormentava mai completamente. Ad un certo punto, il gigante cominciò a chiedere a Mercurio l’origine di un tale e così nuovo strumento musicale. Mercurio iniziò a raccontare e, terminato il racconto, si accorse che finalmente tutti i cento occhi di Argo si erano chiusi, addormentati. A quel punto, lo uccise decapitandolo e gettandolo da una rupe, liberando così la giovane Io.

Giunone, accortasi della morte del fedele Argo e vedendo che non poteva più fare nulla per lui, prese i suoi cento occhi e li fissò sulla coda dell’animale a lei sacro, il pavone. Poi, letteralmente accesa dall’ira, fece apparire allo sguardo e alla mente della ninfa “l’orribile Erinni, ficcandole in petto un pungolo occulto” (nella tradizione greca si parla di un tafano) “e facendola fuggire per tutta la terra in preda al terrore”. Così tormentata, Io cominciò a correre per tutto il mondo conosciuto. Arrivata al braccio di mare tra Europa e Asia attraversò a nuoto lo stretto che prese il nome di Bosforo (Βόσπορος, “passaggio della vacca”) ed infine, dopo aver attraversato anche il mare (che da lei si chiamò Ionio), alla fine giunse in Egitto, dove riprese le sembianze umane e generò Epafo, figlio di Giove. Io, raffigurata spesso, a causa della sua storia, con le corna di una mucca, fu identificata (o forse confusa) con la dea Iside della mitologia egizia.

Ovidio, al libro XV ai versi 385-388, parla ancora del pavone dicendo:

Iunonis volucrem, quae cauda sidera portat / armigerumque Iovis Cythereiadasque columbas

et genus omne avium mediis e partibus ovi / ni sciret fieri quis nasci posse putaret?[5] [Ovidio]

Nelle opere degli autori classici (almeno pre-virgiliani) il carattere volatile dell’anima la pone in connessione con tutti gli esseri alati; ma nelle Metaformosi esiste un legame specifico con il pavone, visto che in tutta l’opera di Ovidio il termine volucer, impiegato anche in riferimento alle animae, riguardo agli uccelli era usato esclusivamente per lo Iunonis volucer[6] (v. 385). [Maiuri]

Anche Sant’Agostino (Civ. Dei XXI, 4) ha scritto del pavone:

Soltanto Dio ha concesso alla carne del pavone morto di non imputridire. Sembra una cosa incredibile a udirsi quel che ci capitò a Cartagine. Ci fu imbandito questo uccello arrosto. Demmo ordine che fosse conservato, quanto sembrò opportuno, uno stacco di magro dal petto. Consegnato e portato a tavola dopo un periodo di giorni tale che qualsiasi altra carne arrosto sarebbe imputridita, quella non offese affatto il nostro odorato. Messo da parte, dopo più di trenta giorni fu trovato qual era e così dopo un anno, salvo che era di mole più secca e ridotta”. [Agostino]

Secondo Cornelio Agrippa, il pavone è sacro sia a Saturno che a Giunone (La Magia Naturale Cap. XXV, libro I):

Tra gli uccelli sono saturniani quelli dal collo lungo e dalla voce grossa, come la gru, lo struzzo e il pavone consacrato a Saturno e a Giunone, nonché il gufo, la civetta, il pipistrello, l’upupa, il corvo e l’orige. Tra i pesci l’anguilla che vive solitaria, la civetta, che preda i topi e i cagnolini e che divora i suoi piccoli. Inoltre le tartarughe, le ostriche, i conchigliacei, le spugne.” [Agrippa]

Simbolismo

Sono molte le caratteristiche che hanno reso il pavone un uccello quasi più mitico che reale e certamente il suo aspetto ha giocato, in questo, un ruolo essenziale.

Uccello leggiadro e dal piumaggio così caratteristico, è stato associato, sia nelle mitologie orientali sia in quelle occidentali, a divinità importanti o addirittura primarie, solitamente benefiche oppure duali rispetto alle opposte attribuzioni benefico/malefico[7], legate alla bellezza, alla prosperità, all’immortalità o al tempo ciclico, alla conoscenza (anche “segreta”), alla guarigione, alla luminosità e/o all’elemento Fuoco.

Alcune di queste caratteristiche sono di natura chiaramente solare, ma, in realtà, già la stessa “ruota” brillante del pavone, con il suo sviluppo semicircolare e radiale, si presta a raffigurare una sezione del disco solare e quindi prefigura un collegamento con il luminoso astro [Maiuri].

L’associazione alle figure di Giunone, divinità legata al ciclo lunare[8], e di Mahamayuri[9] pone il pavone in relazione anche alla luna. I molteplici “occhi” presenti sulle penne della coda, attributo inizialmente di Argo “che tutto vede”, emblema del firmamento, rappresentano le stelle e la capacità, prerogativa tipicamente divina, di vedere tutto (onniveggenza).

Essendo associato al sole, alla luna, alle stelle e al firmamento in generale, in un certo senso, nella sua figura è simbolicamente ricapitolato il firmamento con tutti gli astri che esso “contiene”.

Oltre ad essere uccello lunare e solare, ha anche qualità saturnine, come Cornelio Agrippa attesta esplicitamente. È interessante, in questo senso, notare che il piumaggio del pavone dovrebbe apparire nero[10], dato che l’unico pigmento presente nelle sue penne è la melanina, e che i colori apparenti della sua livrea nascono in realtà da una strutturazione (caratteristica legata ancora a Saturno).

Un altro attributo peculiare di questo volatile è la dualità, come indicato dalle associazioni di qualità e caratteri opposti ad esso legati (ad esempio, luna/sole, nero/colorato, divinità talvolta benefiche, talvolta malefiche) e come suggerito, in maniera figurativa, dal motivo persiano del doppio pavone.

La sua capacità di rinnovare il piumaggio e la (ritenuta) incorruttibilità della sua carne hanno contribuito a considerare il pavone, analogamente alla fenice (che per tanti aspetti gli somiglia), un simbolo di rinascita e di rinnovamento e quindi, del tempo che si ripete ciclicamente. L’arte paleocristiana adottò la sua immagine come figura della risurrezione. È quindi emblema di immortalità nonché immagine dello spirito (o delle realtà spirituali).

Altre attribuzioni relative al pavone sono le capacità di comunicare a distanza (la coda funge da sonaglio e la cresta funziona come antenna) e di trasformare in beneficio qualsiasi situazione negativa, “velenosa”.

Per tutti questi motivi, quello del pavone è un importante simbolo di potere. È un uccello contemporaneamente solare, lunare e saturnino, dalla natura duale e pertanto presente allo stesso tempo sia sul piano fisico sia su quello spirituale, un po’ come il corvo. I suoi cento occhi gli consentono di vedere nel buio del mondo dello spirito a cui per metà appartiene. Anche la luce che emana è una luce atra (“nera”), saturnina e preternaturale piuttosto che terrena.

Dunque il pavone è un potente uccello di visione, di guarigione e di conoscenza misterica (“sciamanica”). Averlo come animale di potere (o animale guida) significa essere chiamati a trascendere la bellezza e la vanità mondane e a percorrere il sentiero dello spirito, della “realtà oltre il velo”. A tale sentiero sono associati importanti facoltà di guarigione e di conoscenza, compresa la capacità di percepire l’essenza delle cose e di vedere oltre l’apparenza fisica. Le piante associate al pavone possono essere piante di visione o rimedi in grado di trattare malattie importanti o disturbi spirituali piuttosto che fisici.

Bibliografia

[Agostino]

Sant’Agostino, “De civitate Dei

[Agrippa]

Heinrich Cornelius Agrippa von Nettesheim, “La Magia Naturale

[Cernuschi]

https://www.cernuschi.paris.fr/fr/collections/collections-chinoises/dynastie-han/arbre-divin-shenshu-shen-shu (Retrieved: 2020-09-14)

[Freyer]

Pascal Freyer et al., “Reflections on iridescent neck and breast feathers of the peacock, Pavo cristatus”, Interface Focus 9: 20180043 (2018)

[Kane]

Suzanne Amador Kane et al., “Biomechanics of the peafowl’s crest reveals frequencies tuned to social displays”, PLOS ONE 13(11): e0207247 (2018)

[Kang]

Kyu-suk Kang, “The Peacock”, Symbols and Sandplay Therapy 2013;4(1):35-43 (http://www.e-jsst.org/upload/jsst-4-35.pdf)

[Maiuri]

Arduino Maiuri, “La simbologia del pavone tra tradizione pitagorica e mondo latino” (2013)

[Murari]

Satish K. Murari et al., “Use of Pavo cristatus feather extract for the better management of snakebites: Neutralization of inflammatory reactions”, Journal of Ethnopharmacology 99 (2005) 229–237

[Okazaki]

Toshio Okazaki, “Ultraviolet Reflectance Structures of Peacock Feathers”, Zoolog Sci. 2018 Oct;35(5):421-426. doi: 10.2108/zs180012.

[Plinio]

Plinio il Vecchio, “Naturalis Historia

[Tassani]

Eleonora Tassani, CrtinaCicognani, Quaderni “Aminali Guida – Pavone”, Edizioni Macro

[Wikipedia]

https://*.wikipedia.org/

[Zi]

Jian Zi et al., “Coloration strategies in peacock feathers”, Proc Natl Acad Sci USA. 2003 Oct 28;100(22):12576-8

 

Note

[1] La melanina, di colore bruno o nero, è il pigmento responsabile della colorazione scura (es., pelle, capelli, peli) negli animali e nell’uomo.

[2] Kartikeya significa “delle Krittika”. Krittika (o Kṛttikā o Kārtikā) è il nome sanscrito delle Pleiadi: si narra, infatti, che Skanda sia stato allevato da sei delle sette stelle di questa costellazione e per questo motivo spesso viene raffigurato con sei teste che rappresentano i suoi sei attributi: Jnana (saggezza), Vairagya (distacco), Bala (forza), Keerti (fama), Shree (abbondanza) e Aishwarya (poteri divini). È pertanto associato alla costellazione delle Pleiadi (che nella astrologia induista è governata dal Sole), ma nell’astrologia vedica rappresenta anche il pianeta Marte. È un dio luminoso: nel buddismo, dove è noto come Sanankumāra, viene descritto come emanante una luce porpora-dorata che supera la luminosità degli altri deva. È spesso raffigurato anche come un giovane di bell’aspetto. [Wikipedia]

[3] Amitābha significa “Luce Infinita” e Amitāyus “Vita Infinita”.

[4]43. Parliamo ora del secondo genere, che è diviso in due specie, oscini [che danno presagi con il canto] e alati [che danno presagi con il volo]. Diede la distinzione al genere il canto della bocca di quelli, di questi la grandezza; perciò verranno prima sia nell’ordine, e fra queste [specie precederà] tutte le altre [specie] il genere dei pavoni con la forma e con l’intelligenza, sia nella fama. [Quando viene] ammirato espande colori brillanti, soprattutto verso il sole, perché così risplendano in maniera più fulgente. Contemporaneamente con la coda a mo’ di conchiglia cerca tra gli altri certi riflessi d’ombra, che brillano più chiaramente anche al buio, e riunisce in [un] fascio tutti gli occhi delle penne che gode a mostrare.

44. Lo stesso persa la coda durante i cambi annuali insieme alle foglie degli alberi, finché non rinasca un’altra insieme ai fiori, cerca un nascondiglio vergognoso e triste. Vive per 25 anni. Comincia a mostrare [effondere] i colori nel terzo anno.

45. L’oratore Ortensio per primo uccise a Roma un pavone come cibo nella cena inaugurale del sacerdozio. Aufidio Lurcone cominciò ad ingrassarli per primo intorno all’ultima guerra dei pirati e da questa attività ottenne 60.000 sesterzi.

[5]Se non sapesse che accada ciò, chi potrebbe supporre / che dalla parte interna di un uovo nasca l’uccello sacro a Giunone / che reca disegni di stelle sulla coda, / l’uccello armigero di Giove / le colombe sacre a Citerea e ogni genere di volatile?” (trad. di [Maiuri])

[6] Volatile di Giunone.

[7] Vedi Melek Ṭāʾūs, angelo decaduto eppure redento e assurto a dignità di demiurgo; oppure Giunone, talvolta iraconda e talvolta propizia e protettrice; Kartikeya, dio della guerra eppure luminoso e capace di sconfiggere le forze del male (rappresentate, nel mito induista, dal demone Taraka).

[8] Non a caso il suo diadema spesso è simile a quello di Diana, cioè lo spicchio lunare.

[9] Che, ricordiamo, è rappresentata con la luna come schienale.

[10] Colore tipicamente saturnino.

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