Arnica, Calendula e Bellis: tre Asteraceae a confronto

Arnica, Calendula e Bellis sono tre generi botanici appartenenti alla famiglia delle Asteraceae (o Compositae, nomen conservandum), uno dei due generi più numerosi tra le Spermatophytae (piante che si riproducono per seme), insieme alle Orchidaceae.

A causa del gran numero di specie in essa contenute, la famiglia delle Asteraceae è stata suddivisa in 13 sottofamiglie e diverse tribù e sottotribù. Arnica, Calendula e Bellis appartengono alla sottofamiglia delle Asteroideae e a tribù differenti. Tutte hanno flosculi (fiori che compongono l’infiorescenza complessa) sia ligulati sia tubulati.

Questi tre generi e le rispettive specie più conosciute, Arnica montana, Calendula officinalis e Bellis perennis, sono considerate probabilmente i migliori rimedi per i traumi fisici ed emozionali, sia in fitoterapia sia in omeopatia. Secondo David Little, i rimedi omeopatici delle Asteraceae possono essere suddivisi in quattro gruppi (Arnica, Chamomilla, Cina e Wyethia) sulla base delle similitudini nelle modalità di azione. Tutto il gruppo dell’Arnica (che comprende i rimedi Arnica, Brachyglottis, Bellis perennis, Eupatorium aromaticum, Eupatorium perfoliatum, Eupatorium purpureum, Calendula, Erechtites, Erigeron, Echinacea, Gnaphalium, Guaco, Lappa, Millefolium, Senecio aureus) è caratterizzato da traumi, emorragie, stati settici, diatesi artritica e reumatica e co-affezioni urinarie (vedi [Vermeulen]).

Bellis perennis non ha mai guadagnato la stessa popolarità di Arnica montana e Calendula officinalis, che sono usate in ogni caso di trauma, di piccola o grande entità, ma la “umile” margherita è in realtà un rimedio piuttosto potente che può essere usato in maniera più o meno intercambiabile rispetto agli altri due, sebbene ovviamente sussistano delle differenze. In prima battuta, possiamo descrivere Bellis perennis come simile a un’Arnica che agisce più in profondità e che possiede una gamma di indicazioni un po’ più ampia.

Prima di proseguire, diamo un’occhiata a cosa sostenevano gli antichi autori a proposito di queste tre piante.

 

Bellis

John Gerard [Gerard], a proposito delle “piccole margherite”, riporta:

Le Margherite piccole sono fredde ed umide, essendo umide verso la fine del secondo grado, e fredde verso l’inizio dello stesso.

Le Margherite mitigano tutti I tipi di dolore, ma specialmente nelle articolazioni, e nella gotta causata da un umore secco e caldo, se esse vengono schiacciate con un po’ di burro nuovo non salato, e applicate sul posto che duole: ma esse funzionano più efficacemente se è aggiunta della Malva.

Le foglie delle Margherite, cotte insieme ad altre erbe, solvono il ventre; e sono usate anche nei Clisteri con buon successo, nelle febbri ardenti, e contro l’infiammazione dell’intestino.

Il succo delle foglie e delle radici inalato nelle narici, purga potentemente la testa dagli umori maleodoranti, viscidi e corrotti, e aiuta nel mal di testa.

Lo stesso dato ai cani piccoli insieme con latte, impedisce loro di crescere.
Le foglie peste rimuovono i lividi e i gonfiori che procedono da qualche colpo, se esse sono pestate e applicate sopra; da che essa era chiamata nei tempi antichi ‘Bruisewort’.

Il succo messo negli occhi li schiarisce, e sana l’eccessiva lacrimazione.
La decozione della Margherita di campo (che è la migliore per l’uso in medicina) fatta in acqua e bevuta, è buona contro la febbre malarica, l’infiammazione del fegato e di tutte le parti interne.

Culpeper [Culpeper], scrive, a proposito della margherita maggiore (Leucanthemum) e della minore (Bellis), nello stesso paragrafo: 

“[Le Margherite] sono così ben conosciute finanche dai bambini, che suppongo sia inutile scrivere alcuna descrizione di esse. Prendi dunque le loro virtù come segue.

Governo e virtù. L’erba è sotto il segno del Cancro, e sotto il dominio di Venere, e quindi è eccellentemente buona per le ferite del petto, e molto adatta ad essere messa negli oli, negli unguenti, negli impiastri e anche negli sciroppi. La Margherita selvatica maggiore è un’erba vulneraria di gran rispetto, spesso usata nelle bevande o negli unguenti preparati per le ferite, sia interne che esterne. Il succo o l’acqua distillata di esse, o delle margherite minori, modera molto il calore della collera, e rinfresca il fegato, e le altre parti interne. Un decotto fatto con esse, e bevuto, aiuta a curare le ferite fatte nelle cavità del petto. Lo stesso cura anche tutte le ulcere e le pustole della bocca e della lingua, o delle parti segrete. Le foglie contuse ed applicate allo scroto, o a qualunque parte che sia gonfia e calda, lo risolve, e modera il calore. Una decozione preparata con esse, con erba di muro e agrimonia, e fomentando o bagnando i posti con essa calda, conferisce gran sollievo a coloro che sono affetti da paralisi, sciatica, o gotta. La stessa disperde anche e dissolve i noduli o i nòccioli che crescono nella carne di qualunque parte del corpo, e i lividi e le ferite che vengono da cadute o percosse; esse sono usate per le ernie, o altre aperture interne, con gran successo. Un unguento preparato con esse aiuta meravigliosamente tutte le ferite che siano infiammate intorno, o che, a causa di umori umidi, non riescono a guarire da tempo e tali sono quelle, per la maggior parte, che si verificano alle articolazioni delle braccia o delle gambe. Il loro succo instillato negli occhi che lacrimano di chiunque, li aiuta molto.”

Il Mattioli scrive:

È il Bellis di più, e varie, sorti, che tre sono le distinzioni delle sue spezie, cioè maggiore, minore, e mezzano. […] Lodano tutte queste spezie i moderni per le scrofole, per le ferite della testa, e parimente per le bande delle ferite cassali penetranti nella concavità del petto. Le foglie masticate sanano le pustule ulcerate della bocca, e della lingua, e peste, e applicate le infiammazioni delle membra genitali. L’erba fresca mangiata nell’insalata, mollifica il corpo stitico, e il medesimo fa ella mangiata cotta nel brodo delle carni. Usanle alcune ai paralitici, e parimente nelle sciatiche.” [Mattioli]

 

Calendula

Gerard scrive:

I fiori della Calendula sono di temperature calda, quasi nel secondo grado, specialmente quando sono secchi: sono ritenuti capaci di rafforzare e confortare molto il cuore, e anche di resistere ai veleni, ed anche di essere buoni contro le febbri malariche pestilenziali, comunque vengano assunti. Fuchsius ha scritto, Che bevuti col vino provocano i mestrui, e il loro fumo espelle le secondine.

Ma le foglie dell’erba sono più calde; poiché in esse c’è alquanta mordacità, ma a causa dell’umidità congiunta ad essa, essa non si mostra neanche poco a poco; a causa di tale umidità essi mollificano il corpo, e lo solvono se sono mangiate cotte.

Fuchsius scrive, Che se la bocca è lavata col succo aiuta nel mal di denti.
I fiori e le foglie della Calendula distillati, e l’acqua instillata negli occhi arrossati e lacrimosi, fa cessare l’infiammazione, ed elimina il dolore.

La conserva preparata con i fiori e lo zucchero presa a digiuno al mattino, cura il tremolio del cuore, ed è anche data in tempo di peste o pestilenza, o corruzione dell’aria.

Le foglie gialle dei fiori sono seccate e conservate in tutta l’Olanda contro l’Inverno, da mettere nei brodi, nelle pozioni mediche, e per diversi altri scopi, in tale quantità, che in alcune drogherie o rivendite di spezie si ritrovano barili pieni di essi, e sono venduti più o meno al costo di un penny, dimodoché nessun brodo è ben fatto senza le Calendule essiccate.” [Gerard]

 

Culpeper scrive:

[Le Calendule] sono così diffuse in ogni giardino, e così ben conosciute che non hanno bisogno di alcuna descrizione.

Tempo. Fioriscono per tutta l’Estate, e talvolta anche in Inverno, se è mite.

Governo e virtù. È un’erba del Sole, e sotto il Leone. Esse rafforzano fortemente il cuore, e sono molto espulsive, e appena un po’ meno efficaci dello zafferano nel vaiolo e nel morbillo. Il succo delle foglie di Calendula mischiato con aceto, e bagnando qualunque rigonfiamento caldo con esso, dà istantaneamente sollievo, e lo allevia. I fiori, sia freschi che secchi, sono molto usati nei posset, nei brodi, e nelle bevande, per confortare il cuore e gli spiriti, e per espellere qualsivoglia qualità maligna e pestilenziale che possa dar loro noia. Un impiastro fatto con la polvere dei fiori secchi, strutto, trementina, e colofonia, applicato sul petto, rafforza e aiuta il cuore infinitamente nelle febbri, siano esse pestilenziali o meno.” [Culpeper]

 

Mattioli scrive:

Vogliono alcuni dei moderni, che la Calendola […] sia la Calta di Virgilio, e di Plinio, fondandosi solamente nell’aureo colore de’ suoi perpetui fiori. […] Noi in Toscana la mangiamo nell’insalata. Scalda la Calta, assottiglia, apre, digerisce, e provoca, quantunque nel gustarla vi si senta alquanto del costrettivo: ma è cosa notoria per mille sperimenti fatti dalle donne, che provoca ella apertamente i mestrui, e massimamente bevutone il succo; ovvero mangiata l’Erba alquanti giorni continui. Il succo bevuto al peso d’un’oncia, con una dramma di polvere di Lombrichi terrestri, guarisce il trabocco di fiele. Sono alcuni, che dicono, che l’uso di quest’erba acuisce non di poco la vista: ma è ben cosa chiara, che l’acqua lambiccata dall’erba fiorita guarisce il rossore, e l’infiammazioni degli occhi distillandovisi dentro, o applicandovi sopra colle pezzette di tela di Lino. La polvere della secca messa sopra i denti che dogliono, vi conferisce assai.” ([Mattioli], alla voce: Eliotropio).

 

Castore Durante è leggermente più dettagliato:

QVALITA’. È calda, & secca, & si conuien più alle parti esterne del corpo, che all’interne: assottiglia, apre, digerisce, prouoca, quantunque nel gustarla si senta c’habbia alquanto del costrettiuo.

VIRTV’. Di dentro. Prouoca i mestrui bevendosi il succhio, ouero mangiata l’herba alquanti giorni continui. Il succo beuuto al peso d’vn oncia con vna dramma di poluere di lumbrici terrestri guarisce il trabocco del fiele.

Mangiasi le foglie, e i fiori vtilmente nelle insalate, & messi ne i brodi da lor buon odore, & sapore. Conferisce quest’herba ne gli affetti del cuore, nelle difficultà del respirare, & nel trabocco del fiele. Fassi dei fiori, & delle cime tenere con rosso d’ouo vna frittata, che mangiata ferma i mestrui superflui.

VIRTV’. Di fuori. L’ACQUA stillata dalli suoi fiori, & frondi leua l’infiammation de gli occhi istillatavi dentro, ò con vna pezzetta applicata, & assottiglia la vista & vale come quella del cardo santo, & della scabiosa à i mali pestiferi, & è cordiale. Sana l’herba le ferite. La poluere de i fiori messa con bambagio nel dente ne leua il dolore. I fiori & le foglie secche facendone perfumo alla natura prouocano merauigliosamente i mestrui, & le secondine ritenute nel parto. Il fiore fà i capelli flaui, facendolo bollir nella liscia.” ([Durante], alla voce: CALTHA).

 

Arnica

Arnica montana è attualmente una delle erbe più note, ma nell’antichità sembra che fosse molto poco conosciuta. È stata citata da Hildegard von Bingen, che l’ha chiamata “Wolfsgelegena”:

Wolfsgelegena è molto calda e possiede un calore velenoso in essa. Se la pelle di una persona è stata toccata con l’Arnica fresca, lui o lei arderà fortemente d’amore per la persona che successivamente venga toccata dalla stessa erba. Lui o lei sarà così acceso d’amore, quasi [da essere] infatuato, e impazzirà.” (Physica)

Alcuni autori hanno associato la Wolfsgelegena all’Arnica, dato che la descrizione in Physica si adatta perfettamente a quello che sappiamo oggi dell’Arnica e, cioè, che è un rimedio topico efficace per tagli, bolle, eruzioni cutanee, e dolore, ma alcuni storici della medicina non sono certi della corrispondenza con l’Arnica o piuttosto con un’altra erba con effetti simili. L’Arnica appare citata nei testi medici solo a partire dal XV secolo, ma viene solo descritta e rappresentata. Alla fine del 1500 venne segnalata per la cura delle ferite e fu consigliata in ambito medico solo verso la fine del XVI secolo da Franz Joe di Gottinga. Benché l’Arnica fosse coltivata da tempo nei giardini, sembra che sia stata accettata nelle farmacie soltanto attorno al 1788.
In un periodo più recente, l’abate Kneipp si è espresso riguardo all’Arnica in base alle sue esperienze personali, mettendo la pianta in cima alla lista delle piante curative per la guarigione delle ferite. Nel suo libro “Meine wassen-kur” (“La mia cura con l’acqua”) del 1890 si può leggere: “la tintura di Arnica è talmente conosciuta dovunque e usata per la cura delle ferite e in compresse […], che non mi sembra necessario spendere alcuna parola su di essa“.

Goethe beveva un infuso di Arnica quando avvertiva dolori al petto, dovuti all’insufficienza cardiaca legata all’età.

A causa della mancanza di riferimenti nei testi classici di medicina ippocratico-galenica, è difficile sapere quale fosse la natura (temperatura) tradizionalmente attribuita all’Arnica. Nonostante le incertezze sulla reale identità della pianta menzionata da Hildegard von Bingen, è verosimile che l’Arnica sia realmente “molto calda e con un calore velenoso”, date le sue proprietà (capacità di stimolazione della circolazione artero-venosa e dell’attività cardiaca; attività revulsiva, per uso esterno, e colagoga, diuretica, emmenagoga e, ad alte dosi, abortiva, per uso interno), la sua tossicità e i suoi specifici effetti collaterali (irritazione a livello gastrico con nausea e coliche, nonostante l’induzione di paralisi dei centri nervosi).

L’Arnica ha una attività analettica (ossia stimolante del sistema nervoso) e tale attività si può manifestare, in alcuni soggetti, anche alle diluizioni omeopatiche.

 

Differenze d’azione

Se è vero che tutte e tre le piante sono utilizzate in maniera spesso interscambiabile, specialmente in caso di traumi e ferite (anche settiche) , esistono tuttavia tra di loro delle differenze abbastanza importanti. La prima differenza appare evidente dagli scritti degli autori classici ed è relativa alla natura (o temperatura) delle tre erbe:

  • Bellis è fredda ed umida nel secondo grado (quindi più che semplicemente fresca)
  • Calendula è calda e umida
  • Arnica è molto calda e contiene un calore velenoso.

Possiamo dunque affermare che, nel passare da Bellis a Calendula e quindi ad Arnica, il grado di calore aumenti in maniera abbastanza importante, tanto che Bellis è decisamente raffreddante, Calendula riscaldante e Arnica talmente calda da risultare tossica.

La Margherita ha un’azione più decisamente rivolta alla sedazione dell’infiammazione, del dolore e anche delle reazioni di tipo istaminico, per cui è particolarmente adatta ai disturbi di tipo “caldo”: infiammazione, dolore acuto, rossore, gonfiore (es., scottature, traumi dolenti, pizzichi di insetto anche con iper-reazione). La mancanza di calore nella Margherita non la rende particolarmente atta a “muovere i liquidi”: essa non ha, ad esempio, apprezzabile attività emmenagoga, né, di conseguenza abortiva. In realtà, se è vero che la pianta della Margherita è decisamente fredda ed umida, i suoi capolini contengono un certo grado di calore, tanto da risultare leggermente piccanti (ma non brucianti) al gusto. Questa proprietà conferisce ai capolini di Margherita una certa capacità diffusiva e di movimento, che rende assolutamente più complessa (e completa) l’azione della pianta quando sia usata in toto, cioè in foglia, fiore e radice insieme. Anche la Margherita, come la Calendula (v. oltre), ad esempio, può essere usata in caso di ferite settiche.

La Calendula è, come già detto, più calda della Margherita e pertanto la sua azione è decisamente più “improntata” al movimento: essa stimola, infatti, il movimento sia del sangue (da qui la sua capacità emmenagoga) sia, in maniera marcata, della linfa. Da ciò deriva che la Calendula ha un’azione importante sulla sepsi, tanto che la pratica ha mostrato la sua efficacia nel trattare anche infezioni piuttosto importanti o difficili da eradicare. La sua azione in tal senso è più da imputare alla sua capacità di agire sui tessuti e sul sistema linfatico che su una attività direttamente antibiotica. Quindi la Calendula ha probabilmente una maggior efficacia nel prevenire e curare la sepsi e nello stimolare le mestruazioni, mentre la Margherita ha un’azione antiflogistica e antidolorifica più decisa.

L’Arnica è la più calda delle tre, tanto da risultare piuttosto tossica e anche decisamente abortiva.

Al diverso grado di calore è associata anche la “profondità” di azione delle piante: siccome il calore tende a superficializzare, l’Arnica ha una affinità maggiore per i tessuti più superficiali (pelle, muscoli e vasi sanguigni), mentre la Margherita ha un’affinità maggiore per quelli più profondi (petto, addome e cavità corporee). La Calendula ha un grado di Calore intermedio e, quindi, intermedia è anche la sua profondità di azione (infatti ha un effetto importante sui liquidi corporei).

Un’altra differenza degna di nota sta nel tropismo delle piante. Culpeper sostiene che la Margherita è un’erba sotto il segno del Cancro e sotto il dominio di Venere, mentre la Calendula è sotto il segno del Leone e il dominio del Sole. Purtroppo, non abbiamo menzioni rispetto all’Arnica. Sebbene tali affermazioni possano sembrare superstiziose vestigia di una certa influenza astrologica medievale, in realtà hanno dei significati ben precisi. Il segno del Cancro è legato al torace e allo stomaco, mentre il Leone al cuore (sia fisico che inteso come “centro” emozionale). Entrambi i segni astrologici indicano i distretti corporei per i quali i rispettivi rimedi presentano particolare affinità. Le erbe considerate “sotto il dominio di Venere” hanno specifiche attività: stimolano la rigenerazione tissutale e la moltiplicazione cellulare e sono capaci di “contenere” le manifestazioni di tipo marziale (come le emorragie e le infiammazioni), per cui risultano vulnerarie (capaci, cioè, di sanare le ferite) e demulcenti. Le erbe sotto il dominio del Sole agiscono, ad esempio, sul sistema nervoso e sulla circolazione del sangue. Mettendo insieme queste proprietà, vengono fuori caratteristiche peculiari per ciascuna delle piante: la Margherita, ad esempio, ha un effetto quasi specifico rispetto alle “ferite cassali” (ossia del petto), mentre la Calendula sostiene il cuore, sia nell’aspetto circolatorio sia in quello emozionale (ha attività antidepressiva). L’Arnica ha un’azione decisa sul muscolo cardiaco e sulla circolazione, specialmente arteriosa, e il suo effetto è tanto potente da risultare, come già detto, tossica.

Nell’antichità, tra gli indicatori principali delle azioni delle piante figuravano l’odore e, in misura forse maggiore, il sapore. Effettivamente queste sensazioni sono in grado di fornirci informazioni sulle sostanze contenute nelle erbe e soprattutto sulla “energetica” della pianta. 

La Calendula è una pianta dal sapore decisamente aromatico e amaro ed inoltre è fortemente resinosa. È anche leggermente salata, dolce, astringente e acre, ma questi sapori sono meno importanti dei primi tre. Il suo profumo è balsamico ed erbaceo (più erbaceo nella Calendula officinalis e più balsamico nella Calendula arvensis).

La Margherita ha un profumo molto delicato: in realtà solo i capolini hanno un odore decisamente percettibile (le foglie hanno un aroma fugace che si avverte solo all’assaggio) e comunque si riesce ad apprezzarlo in maniera netta solo quando i fiori sono en masse (parecchi fiori insieme). Il sapore è decisamente più complesso di quello della calendula: la Margherita è mucillaginosa e ha un sapore peculiare che la fa risultare contemporaneamente acre (per saponine), acido (probabilmente per acidi organici) e salino; è un po’ come se questi tre ultimi sapori si fondessero a dare un’unica sensazione. Sapori minori sono: leggermente aromatico (fiori e foglie), amaro (rizoma), dolce (fiore e stelo), leggermente pungente (radice e fiore), astringente (rizoma). 

Non avendo mai avuto la possibilità di assaggiare l’Arnica, non parlerò del suo sapore.
Il sapore aromatico e resinoso della Calendula (che è decisamente più forte nella Calendula arvensis, rispetto alla Calendula officinalis) è chiaramente caldo ed è un forte indicatore della capacità di questa pianta di riscaldare e mettere in movimento. La sua componente amara è invece legata alla sua capacità di purificare l’organismo e, in maniera particolare, di “assottigliare” la flemma (liquidi ispessiti e viscosi) eventualmente presente nei tessuti e nell’apparato digerente.

Il mucillaginoso della Margherita ne indica la capacità demulcente (ossia, sedativa delle infiammazioni ed emolliente per i tessuti, specialmente se irritati) oltre che diuretica. Il sapore salino indica la capacità della pianta di: ammorbidire i tessuti; ammorbidire i depositi di flemma preparandoli per l’eliminazione; favorire l’evacuazione delle feci (ammorbidisce la massa fecale); “entrare nei Reni” (secondo la MTC), agendo, tra l’altro, sul metabolismo degli elettroliti. Il sapore acre indica la presenza di saponine, che hanno un’azione per certi versi simile a quella del salato (anche le piante con saponine ammorbidiscono i tessuti e i depositi di flemma), ma lo fanno in maniera decisamente più intensa. Il sapore acido indica la presenza di acidi organici, che hanno un’azione rinfrescante e che sono capaci di “sedare” la tendenza infiammatoria tissutale e metabolica. Insieme, tutti questi sapori indicano la capacità della margherita di spegnere le infiammazioni e di lenire i tessuti irritati, di favorire l’evacuazione delle feci e la diuresi e di ammorbidire i tessuti induriti e la flemma viscosa e stagnante. Quest’ultima proprietà la rende capace di agire su tutti gli “indurimenti” corporei, tra cui scrofole, orzaioli, linfonodi induriti e addirittura alcune neoplasie, benigne o maligne: in letteratura sono riportati casi di azione importante e decisa su alcuni casi di cancro (soprattutto mammario; v., ad esempio, il Dr. J. Compton Burnett nel suo “Curability of Tumors”).

Entrambe le piante hanno una importante capacità antinfiammatoria. Da quanto appena esposto, si evince che però il meccanismo d’azione è differente: la Calendula, essendo calda, ha la capacità di “mettere in movimento” e questo lo fa anche con l’infiammazione, che viene letteralmente spostata dai tessuti e “dispersa” (la Calendula veniva addirittura classificata come “espulsiva”, cioè capace di espellere le malattie verso l’esterno del corpo); la Margherita, invece, “spegne” l’infiammazione e riduce l’eventuale sottostante iperattività tissutale.

Anche l’omeopatia, infine, ci dà alcune informazioni interessanti. Ad esempio, Bellis perennis viene suggerita nei casi in cui il gonfiore causato da un trauma permane anche dopo l’uso di Arnica, oppure nel caso in cui il trauma sia dovuto specificamente ad una operazione chirurgica, quindi un trauma “profondo” dal punto di vista tissutale (v. ad esempio [HForHealth, Vermeulen2]).

 

BIBLIOGRAFIA
[Culpeper] Culpeper’s “Complete Herbal” (1653 & other editions)
[Durante] Castore Durante, “Herbario nuovo” (1667)
[Gerard] John Gerard, “The herball, or, Generall historie of plantes” (1636 & other editions)
[HForHealth] http://www.homeopathyforhealth.net/20…/…/24/bellis-perennis/
[Mattioli] Pietro Andrea Mattioli, “Discorsi di M. Pietro Andrea Mattioli sanese, medico cesareo, ne’ sei libri di Pedacio Doscoride Anazarbeo della materia Medicinale” (1746)
[Vermeulen] Frans Vermeulen, “Plants – Homeopathic and Medicinal uses from a Botanical Family Perspective”, Saltire Books (2011)
[Vermeulen2] Frans Vermeulen, “The New Synoptic One“, Emryss (2004); – (Italiano) Frans Vermeulen, “Materia Medica Omeopatica Sinottica”, Ed. Salus Infirmorum (2007)

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2 risposte a “Arnica, Calendula e Bellis: tre Asteraceae a confronto”

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